SU Numero: 1240

Autorità Cassazione civile sez. un. Data: 23/01/2015 ( ud. 18/11/2014 , dep.23/01/2015 ) Numero: 1240

 

                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  

                        SEZIONI UNITE CIVILI                        

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           

Dott. ROVELLI      Luigi  Antonio         -  Primo Presidente f.f.  -

Dott. LUCCIOLI     Maria Gabriella           -  Presidente di sez.  -

Dott. DI PALMA     Salvatore                   -  rel. Consigliere  -

Dott. AMOROSO      Giovanni                         -  Consigliere  -

Dott. CAPPABIANCA  Aurelio                          -  Consigliere  -

Dott. NOBILE       Vittorio                         -  Consigliere  -

Dott. SPIRITO      Angelo                           -  Consigliere  -

Dott. AMENDOLA     Adelaide                         -  Consigliere  -

Dott. GIUSTI       Alberto                          -  Consigliere  -

ha pronunciato la seguente:                                          

                                                sentenza                                       

sul ricorso 16035-2014 proposto da:

B.T.G., elettivamente domiciliato in ROMA,  PIAZZA MINCIO  4, presso lo studio dell'avvocato SPIGARELLI VALERIO, che  lo rappresenta e difende, per delega in atti;

                                                       - ricorrente -

                                                 contro

MINISTERO  DELLA  GIUSTIZIA; PROCURATORE  GENERALE  DELLA  REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

                                                         - intimati -

avverso  la  sentenza  n.  57/2014  del  CONSIGLIO  SUPERIORE   DELLA

MAGISTRATURA, depositata il 14/04/2014;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 18/11/2014 dal Consigliere Dott. SALVATORE DI PALMA;

udito l'Avvocato VALERIO SPIGARELLI;

udito  il P.M. in persona dell'Avvocato Generale Dott. APICE  Umberto che  ha concluso per l'inammissibilità o, in subordine, rigetto  del ricorso.

                 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. - Il magistrato dr. B.T.G., con ricorso del 16 giugno 2014, ha impugnato per cassazione - deducendo quattro motivi di censura -, nei confronti del Ministro della giustizia e del Procuratore generale presso la Corte di cassazione, la sentenza della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura n. 57/2014 del 7 febbraio-14 aprile 2014, con la quale la Sezione disciplinare, pronunciando sull'azione disciplinare promossa dal Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di cassazione nei confronti del dr. B.T., incolpato, tra l'altro, dell'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. d), sulle conclusioni del Procuratore generale - il quale aveva chiesto la condanna dell'incolpato, con applicazione della sanzione della perdita di anzianità per quattro mesi, oltre alla conferma del trasferimento d'ufficio e della destinazione ad altre funzioni - e del difensore dell'incolpato - il quale aveva chiesto l'assoluzione dello stesso incolpato -, ha così, tra l'altro, provveduto: Dichiara il dr. B.T.G. responsabile delle incolpazioni di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, lett. n), e art. 4, lett. d), esclusa l'incolpazione di cui all'art. 2, lett. e), così modificata l'originaria incolpazione, e gli infligge la sanzione disciplinare della censura e del trasferimento al Tribunale di Piacenza con funzioni di giudice.

1.1. - Il Ministro della giustizia, benchè ritualmente intimato, non si è costituito nè ha svolto attività difensiva.

1.2. - Il Procuratore generale ha concluso per l'inammissibilità o per il rigetto del ricorso.

2. - Il capo di incolpazione che è stato contestato al dr. B. T., di cui alla citata sentenza n. 57/2014 della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, è così testualmente formulato:

.... incolpato dell'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. a) ed e), per avere, nella qualità di sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modena, mancato ai propri doveri di imparzialità e correttezza, ponendo in essere, con grave e consapevole violazione di legge, comportamenti tali da arrecare indebito vantaggio agli indagati nel procedimento penale iscritto al n. 4059/11-21 RGNR, assegnato al Procuratore della Repubblica dott. Z.V. ed al sostituto dott. N.M.. Infatti, in violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 4, comma 1, lett. e), art. 11 e art. 47, comma 2, (Codice in materia di protezione dei dati personali) e dell'art. 329 c.p.p., tra l'aprile ed il maggio 2011 accedeva varie volte, direttamente e per il tramite del cancelliere dott.ssa B.A., al sistema informatico del registro generale (RE.GE.) della Procura della Repubblica di Modena, per acquisire indebitamente notizie relative al procedimento penale suddetto, iscritto a carico di personale sanitario in servizio presso il locale Policlinico, facendo successivamente illecita divulgazione dei dati così acquisiti con il comunicare ripetutamente con una delle persone sottoposte ad indagine (la prof.ssa M.M. G.); violando il segreto sugli atti di indagine; ponendo in essere una grave violazione delle norme in tema di trattamento dei dati giudiziari ed un'ingiustificata interferenza nell'attività dei magistrati assegnatari del procedimento. In tal modo ha compromesso il prestigio e la credibilità dell'ordine giudiziario ed arrecato danno allo svolgimento delle indagini nel procedimento suddetto. Per i medesimi fatti risultava pendente presso la Procura della Repubblica di Ancona, a carico del dott. B.T., indagato in ordine ai reati di cui agli artt. 615-ter e 326 cod. pen., il procedimento penale iscritto al n. 4986/11-21, nel contesto del quale, in data 29.8.2012, il G.i.p. del Tribunale di Ancona ha disposto l'archiviazione del procedimento stesso ex art. 409 c.p.p. Notizia circostanziata dei fatti acquisita il 5 aprile 2012 (proc. disc. n. 64/2012 R.G.).

2.1. - In particolare - e per quanto in questa sede ancora rileva -, la Sezione disciplinare:

A) Quanto ai rapporti tra il predetto provvedimento di archiviazione emesso dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Ancona, di cui al capo di incolpazione, ed il presente procedimento disciplinare, ha affermato: In base al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 20, comma 3, solo la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare, ma tale autorità è limitata all'accertamento che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso. E' pertanto escluso che una tale autorità possa essere riconosciuta ad un'ordinanza di archiviazione. L'imputato assolto con sentenza penale irrevocabile e la persona sottoposta ad indagini per le quali sia emesso provvedimento di archiviazione versano in situazioni differenti, in ragione della diversa stabilità, nei due casi, dei provvedimenti conclusivi, dal momento che, diversamente dalla sentenza penale irrevocabile, il provvedimento di archiviazione non preclude la riapertura delle indagini (Sezioni Unite Civili n. 14698 del 18 giugno 2010, Pres. Elefante, Rel. Ceccherini). Tale è l'insegnamento della Suprema Corte che permette, a norma dell'art. 20 della normativa disciplinare citata, la possibilità da parte della Sezione del CSM, di discostarsi da precedenti provvedimenti giurisdizionali che non abbiano carattere di definitività. E, per conseguenza, nel consapevole dissenso dal provvedimento di archiviazione conforme alla richiesta del PM di Ancona che valutò come insussistente il reato di accesso abusivo al sistema informatico commesso dal dottor B. T., occorre esaminare la sussistenza dell'illecito penale per valutarne le ricadute disciplinari ex art. 4, lett. D, D.Lgs. citato.

B) Quanto alla tenuta informatica del registro delle notizie di reato ed all'accesso ad esso, ha osservato: Il registro delle notizie di reato è espressamente previsto dall'art. 335 c.p.p.: in esso il P.M. iscrive immediatamente ogni notizia di reato che gli perviene o che ha acquisito di propria iniziativa, nonchè contestualmente o dal momento in cui risulta il nome della persona alla quale il reato è stato attribuito. Il sistema informatico attraverso il quale tale registro viene tenuto è aggiornato, a cura della segreteria del Pubblico Ministero, riportando taluni degli atti che questi compie:

in particolare dalla consultazione di questo, solo a titolo esemplificativo, può ricavarsi se vi sia stata iscrizione del nome degli indagati, anche attraverso una modifica del procedimento ponendola a carico di soggetti noti da ignoti, una richiesta di misura cautelare personale o reale, una richiesta di intercettazione o una attività captativa in corso. Pertanto l'accesso a tale sistema permette di conoscere la situazione delle indagini in corso in modo sufficientemente puntuale. Ed è ovvio che, in tal quadro, siano dettagliatamente disciplinate le modalità di utilizzo con individuazione di soggetti che possono inserire dati ed altri che possano solo consultarli per ragioni d'ufficio. Tali ragioni d'ufficio sono individuabili, al di là dell'ovvio controllo sulle date di scadenza dei termini di indagini, nella necessità, che all'interno delle Procure si realizza assai frequentemente, di controllare precedenti sì da evitare duplicazioni o sovrapposizioni delle stesse. Tale la ragione per cui, in una normale organizzazione degli Uffici, i singoli magistrati ed il personale amministrativo autorizzato possono accedere non soltanto a determinati procedimenti, ma all'intero sistema informatico con possibilità di verificare lo stato degli atti quanto meno nella fase delle indagini. In altre parole, normalmente, non vi è limitazione all'accesso al sistema informatico. Ciò avveniva anche all'interno della Procura di Modena ove il magistrato incolpato prestava servizio.

C) Quanto agli accertamenti effettuati in sede di indagini preliminari nel procedimento penale svolto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ancona ed alla loro valutazione in sede disciplinare ha, tra l'altro, affermato:

1) Gli accertamenti emersi attraverso l'indagine penale a suo carico svolta dalla Procura di Ancona, i cui esiti sono stati riversati nel presente procedimento disciplinare, hanno verificato che il magistrato incolpato più volte, direttamente o tramite il cancelliere B.A., accedette al sistema informatico, effettuando interrogazioni relativamente al proc. penale n. 4059/11- 21 assegnato ai colleghi dottor Z., Procuratore della Repubblica, e dottor N.. Tale procedimento era iscritto a carico del personale sanitario in servizio presso il locale Policlinico per le ipotesi di reato di cui agli artt. 319, 323, 314 e 479 c.p. Particolarmente il magistrato incolpato svolgeva attività finalizzata al controllo della posizione processuale di tale dottoressa M., responsabile della struttura medica dove lavora la moglie del dott. B. come ricercatrice; successivamente anche la moglie dell'incolpato, dott.ssa T.C.E., è stata iscritta nel registro degli indagati per il reato di cui all'art. 323 c.p. Non vi è dubbio, nè è stato sostanzialmente negato, che il magistrato incolpato abbia ripetutamente acceduto al detto sistema informatico al fine di conoscere la situazione del procedimento indicato. Nè il magistrato incolpato ha smentito di aver avuto contatti, nel corso delle indagini, con la detta dottoressa M., a cui era legato anche per motivi di amicizia.

La mole di elementi che confortano tale tesi è notevole: gli accessi al sistema informatico sono stati ripetuti, effettuati anche tramite funzionari inconsapevoli, continui ed effettuati persino quando il magistrato incolpato non era presso il proprio Ufficio. Segno di una volontà di controllo continuativo sull'evolversi della situazione processuale. Ma ancor prima di effettuare tali operazioni il magistrato incolpato contattò i colleghi del proprio Ufficio titolari del procedimento chiedendo informazioni e risultando talmente insistente e pressante da metterli in una difficoltà che questi gli evidenziarono esplicitamente. In realtà proprio quando fu opposta la riservatezza cui si dovevano attenere, il magistrato incolpato iniziò ad effettuare i detti accessi al sistema informatico. Segno di voler pervicacemente ignorare i chiari avvertimenti dei colleghi e di una volontà di conoscere la situazione processuale che doveva rimaner a lui ignota con puntualità e frequenza. E la volontà di non dover ingerirsi, sia pur attraverso la acquisizione di informazioni che non aveva diritto a conoscere, era tanto più grave ove si appalesava un importante interesse personale legato alla situazione processuale o, al più, a quella professionale della moglie;

2) La scansione temporale dei fatti accertati in sede penale attraverso attività istruttoria in questa sede pienamente utilizzabile rende chiara la determinazione del magistrato incolpato.

Infatti il contatto con i detti titolari delle indagini penali, il dottor Z. e dottor N. avviene il 20 aprile 2011 ed in epoca immediatamente successiva ed in una occasione anche quando era assente dall'ufficio per malattia, il Procuratore della Repubblica dott. Z., coassegnatario del procedimento unitamente al sostituto dott. N. (v. relazione al Procuratore Generale di Bologna del 14 giugno 2011). Anche quest'ultimo è stato contattato telefonicamente e per due volte dal dott. B.T. allo scopo di conoscere l'esistenza di indagati e gli sviluppi delle indagini, tanto da suscitare l'imbarazzo del magistrato inquirente per quelle richieste, motivate dall'incolpato con il fatto che la moglie, dott.ssa T.E., prestava servizio come medico presso quel reparto (verbale s.i.t. del dott. N. del 2/8/2011, f. 189).

Successivamente, vista la impossibilità di acquisire elementi conoscitivi dai colleghi, l'incolpato ha indotto per due volte, tra il marzo e l'aprile 2011, la dottoressa B.A., funzionario coordinatore della sua segreteria, ad accedere al RE.GE per verificare se la professoressa M. fosse stata iscritta nel registro di cui all'art. 335 c.p.p., per controllare se quest'ultima fosse l'unica indagata e per conoscere il reato individuato e il titolare dell'indagine (nota del 10/6/2011 a firma del predetto funzionario e del dirigente amministrativo della Procura). Ed ancora, come confermato dallo stesso, il magistrato incolpato è più volte entrato personalmente con la propria chiave d'accesso nella banca dati, tentando di consultare il fascicolo n. 4059/11-21 anche dopo che ne era stata disposta la segretazione (dichiarazione B.), pur non avendo alcun titolo che lo legittimasse ad acquisire notizie relative alle indagini in corso. Peraltro, nel caso di specie, il titolare delle indagini dispose la c.d. segretazione del procedimento ai sensi dell'art. 391-quinquies cod. proc. pen..

Appare evidente che, a fronte di tale iniziativa in data 26.5.2011 tesa a rendere totalmente segreta l'indagine, imponendo la tutela anche del ed, segreto interno, il fatto in esame si appalesa di particolare gravità anche sotto il profilo soggettivo. Era evidente il timore che dati investigativi giungessero a soggetti che potevano esser coinvolti nella istruttoria penale. L'atto posto in essere dal Procuratore Z., titolare del procedimento, era davvero eccezionale e ben si poteva comprendere quanto fosse grave ogni intromissione nel sistema. Le dichiarazioni difensive del magistrato incolpato, rese alla Procura Generale in data 15.11.2012, tendono a ridimensionare i fatti legandosi, il comportamento del magistrato incolpato a una forma di cortesia finalizzata più ad evitare un faticoso accesso agli uffici di Procura finalizzato, da parte della professoressa M. a conoscere la propria posizione al registro notizie di reato. Orbene se tale tesi poteva apparire verosimile all'indomani dell'iscrizione del fascicolo n. 4059/11 R.G.NR, con gli accessi del 20.4.2011, certamente non appare più credibile dopo che entrambi i titolari delle indagini gli avevano fatto espressamente comprendere la inopportunità dei comportamenti che stava tenendo.

L'esame delle date conforta tale assunto riferendo il dottor N. che il magistrato incolpato in epoca certamente precedente alla richiesta di intercettazione telefonica avvenuta agli inizi di maggio fu invitato, sia pur con cortesia, a desistere da ogni approccio finalizzato ad acquisire dati di indagine sensibili.

Il tentativo, riferito dalla dottoressa B.A., effettuato dal dottor B.T. di intromissione nel sistema informatico, di accesso ai dati del fascicolo in epoca successiva al provvedimento di segretazione evidenzia la determinazione con la quale questi continuava a ricercare informazioni pur in momenti successivi agli evidenti ammonimenti trasmessogli dal suo Procuratore (vedansi dichiarazioni della dottoressa B.A. in data 10.6.2011);

3) In tale contesto si collocano le interlocuzioni tra il magistrato incolpato e la dottoressa M., evincibili dalle intercettazioni acquisite. In tali atti di indagine il magistrato incolpato viene quanto meno percepito dalla professoressa M. e dai coindagati come soggetto di riferimento che può fornire informazioni.

Emblematici taluni passaggi della attività captativa. In particolare non può non sottolinearsi la definizione di "fantastico" utilizzata nella telefonata n. 97 del 20 maggio 2011 sul numero (OMISSIS), contestualizzata in riferimento alle indagini stante la indicazione espressa del difensore della professoressa M.. Nella stessa data la dottoressa T.E., moglie del magistrato incolpato, lo indica come colui che "sta per trasformarsi in occhio di falco". E che si faccia riferimento a quest'ultimo è ricavabile proprio dalla espressione che questi usa riferendosi a se stesso nella telefonata n. 660 del 30 giugno 2011 sul numero telefonico (OMISSIS) ove si presenta con detto soprannome di "(OMISSIS)". Ed ancora il senso dell'interessamento continuo, anche successivo al provvedimento di segretazione ed al tentativo non riuscito di accedere ai registri, è dato dalla intercettazione n. 390 del 14 giugno 2011 numero telefonico (OMISSIS) in cui il magistrato incolpato riferisce alla professoressa M., indagata ed intercettata, che il collega N. era in ferie di talchè il procedimento era "bloccato".

E' da sottolinearsi, al fine di valutare la pervicacia dei comportamenti, che la conversazione avviene ad oltre due mesi dai primi tentativi di controllo dell'esito e dell'andamento delle indagini, nello stesso giorno in cui, come detto, il Procuratore della Repubblica segnala al Procuratore Generale "il pregiudizio alla sicurezza ed alla serenità dell'operato dell'ufficio....". Il riferimento alla sicurezza delle indagini illumina le ragioni che spinsero il capo dell'Ufficio a segretare il fascicolo impedendo accessi sul ed RE.GE. registro generale. Il tentativo di conoscere vicende processuali senza averne titolo attraverso rapporti con i col leghi era avvenuto, sia pur con esiti inidonei a condizionare il comportamento dei magistrati in servizio. Ma il comportamento evidenziato nella telefonata intercettata in data 10 giugno 2011 in cui alla domanda se fosse avvenuto "qualcosa di nuovo" seguiva la disponibilità a continuativo interessamento con la espressione "e sai purtroppo oggi sono stato sempre fuori....certo bene adesso sento mi informo....", proseguiva nel tempo, giorno dopo giorno e senza interruzione. E' comprensibile l'imbarazzo dei colleghi titolari del procedimento che di tali interlocuzioni avevano immediata contezza, pur proseguendo correttamente ad operare nel proprio ruolo;

4) Già la sezione disciplinare ebbe ad affermare che l'intrusione nel sistema informatico è fatto sanzionabile disciplinarmente in ogni caso in cui emergano "finalità diverse da quelle riconducibili a ragioni di ufficio, e quindi anche per mera, autonoma curiosità personale, così acquisendo in modo scorretto dati personali altrui e informazioni cui non abbia diritto, quando la condotta si caratterizza per la reiterazione degli accessi scorretti e, quindi, per la gravità del comportamento". Tale massima evidenzia quanto si debba tener conto, ai fini della quantificazione della sanzione, del fine perseguito da chi pone in essere il comportamento oggettivamente vietato, della tenacia con cui opera, del disinteresse agli altrui ammonimenti. E ciò è ancor più grave ove i consideri che il magistrato incolpato era "il sostituto più anziano e che a Modena ha svolto l'intera carriera esercitando particolare influenza sui colleghi più giovani, sul personale e sulla polizia giudiziaria. E che il comportamento del magistrato incolpato costituisca reato previsto dall'art. 615-ter c.p. è spiegato nella fondamentale sentenza delle sezioni unite n. 4694 del 27/10/2011, secondo cui "integra il delitto previsto dall'art. 615-ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l'ingresso nel sistema". .... Tale sentenza si pone nel solco di precedenti pronunzie che traggono spunto dalle motivazioni di cui alla sentenza n. 12732 del 07.11.2000. Le Sezioni unite hanno chiarito che la questione di diritto controversa non deve essere riguardata sotto il profilo delle finalità perseguite da colui che accede o si mantiene nel sistema, bensì sotto il profilo oggettivo dell'accesso e del trattenimento nel sistema informatico da parte di un soggetto che non può ritenersi autorizzato ad accedervi ed a permanervi, sia quando violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema sia quando ponga in essere operazioni diverse rispetto a quelle di cui egli è incaricato ed in relazione alle quali l'accesso era a lui consentito. Tale insegnamento è stato inteso dal GIP e dal Pubblico Ministero di Ancona a cui fu assegnato il procedimento penale in modo difforme da come recepito dalla sezione disciplinare. Invero nella richiesta recepita integralmente nel decreto di archiviazione si motiva sulla esclusione del reato affermando che "l'accedere abusivamente ad un sistema informatico protetto senza titolarità, ovvero avendone la titolarità, ma per scopi diversi da quelli istituzionali, solo la prima ipotesi configuri certamente il reato, mentre, nel secondo dei casi prospettati, il reato di cui all'art. 615-ter c.p. potrebbe consumarsi solo quando si accertino oggettivamente i limiti e le condizioni dell'abilitazione, neutre essendo, sotto questo profilo, le finalità dell'utente". Posta tale premessa i magistrati di Ancona concludono che le azioni del dr. B.T. non ricadono in alcuna delle condizioni previste dalla Suprema Corte....., poichè "egli aveva certamente la possibilità di accedere al RE.GE.....".

Sembra che l'autorità giudiziaria di Ancona riproponga le tesi già superate dalla sentenza delle sezioni unite citata che questa Sezione ha come riferimento;

5) Pertanto questa Sezione reputa sussistente l'illecito penale non escluso da sentenza passata in giudicato e, per la conseguenza, ritiene che dagli atti emerga la responsabilità del magistrato incolpato per l'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, lettera d). Infatti appaiono particolarmente seri soprattutto par l'insistenza nei comportamenti tenuti nonostante gli ammonimenti chiari sia pur portati in forma cortese dei colleghi, l'utilizzo di personale amministrativo inconsapevole, i plurimi accessi operati che costituiscono condotta di un unico disegno criminoso. Come appare evidente la sezione ritiene, invece, che la ricostruzione storica della vicenda sia del tutto sovrapponibile alla questione di diritto trattata dal Supremo Collegio che concludeva per la sussistenza del reato quando fossero accertati gli elementi quali quelli oggi emergenti. In tale contesto appare evidente la sussistenza dell'illecito disciplinare in capo al magistrato incolpato che va condannato, per la serietà dei comportamenti posti in essere e la ostinazione con cui ebbe a porli in essere anche dopo le cortesi, ma certamente chiare e ferme rimostranze dei colleghi e gli avvertimenti del capo dell'ufficio, alla sanzione disciplinare della censura con trasferimento presso il Tribunale di Piacenza con funzioni di giudice, considerandosi il definitivo appannamento della sua immagine presso l'Ufficio d'origine.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. - Con il primo motivo (con cui deduce: Inosservanza, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c, di norme processuali stabilite a pena di inutilizzabilità. In particolare, inutilizzabilità degli atti di indagine impiegati per la decisione (mai oggetto di provvedimento acquisitivo nel corso dell'udienza), per violazione del combinato disposto del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 18, comma 3, lett. b, e comma 4 artt. 511, 514 e 526 c.p.p.), il ricorrente - premesso: che il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 18, comma 4, dispone che si osservano, in quanto compatibili, le norme del codice di rito penale sul dibattimento; che il comma 3 dello stesso art. 18 prevede che la Sezione disciplinare può disporre, tra l'altro, la lettura delle prove acquisite nel corso delle indagini; che, in forza del combinato disposto degli artt. 511, 514 e 526 cod. proc. pen., in tanto le prove possono essere utilizzate ai fini della deliberazione, in quanto esse siano state legittimamente acquisite agli atti del dibattimento, e che conseguentemente, nel procedimento disciplinare, in mancanza di apposita lettura, gli atti assunti nel corso dell'attività di indagine non sono utilizzabili per il giudizio sul merito della responsabilità disciplinare e fonte esclusiva del convincimento del giudice restano le prove acquisite, nelle forme del dibattimento, nel corso dell'udienza di discussione orale (cfr. Ricorso, pag. 6) - critica la sentenza impugnata (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lett. C), sostenendo che, nella specie, la Sezione disciplinare non ha mai provveduto alla lettura degli atti assunti dal Procuratore generale nel corso della propria attività d'indagine, ancorchè l'affermazione della responsabilità disciplinare dello stesso ricorrente sia fondata in modo esclusivo sui predetti atti, con la conseguenza che la sentenza merita l'annullamento per la violazione delle richiamate norme processuali.

Con il secondo motivo (con cui deduce: Violazione, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c, dell'art. 270 c.p.p. e conseguente inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche, disposte nell'ambito del procedimento penale n. 4059/2011 R.G.N.R., all'epoca pendente innanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Modena e irritualmente acquisiti nel procedimento disciplinare a carico dell'incolpato), il ricorrente critica la sentenza impugnata (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lettera C, n. 3), sostenendo la tesi dell'inutilizzabilità esterna tout court, nel giudizio disciplinare, delle intercettazioni disposte ed eseguite nell'ambito di un procedimento penale ovvero, in subordine, la tesi secondo cui l'inutilizzabilità esterna dovrebbe essere quantomeno limitata - in conformità con l'art. 15 Cost. e con l'art. 8 della CEDU - al caso, quale quello di specie, delle intercettazioni disposte nell'ambito di un procedimento penale cui l'incolpato in sede disciplinare sia rimasto totalmente estraneo.

Con il terzo motivo (con cui deduce: Inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e: nullità della sentenza ex art. 522 c.p.p. per la violazione di quanto disposto dagli artt. 516 e 517 c.p.p.), il ricorrente critica la sentenza impugnata (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lettere A, C e D), sostenendo che i Giudici a quibus: a) hanno violato il principio della correlazione tra incolpazione contestata e sentenza, nella parte in cui questa ha condannato il magistrato per la violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, comma 1, lett. d), violazione del tutto estranea al capo di incolpazione, che ha contestato l'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. a) ed e), per avere, nella qualità di sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modena, mancato ai propri doveri di imparzialità e correttezza, ponendo in essere, con grave e consapevole violazione di legge, comportamenti tali da arrecare indebito vantaggio agli indagati nel procedimento penale iscritto al n. 4059/11- 21 RGNR, assegnato al Procuratore della Repubblica dott. Z.V. ed al sostituto dott. N. M., ciò con conseguente evidente compromissione dell'esercizio dei diritti della difesa; b) sono incorsi nella medesima violazione, in quanto la sentenza ha affermato la responsabilità disciplinare dello stesso ricorrente anche per la violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), ancorchè il capo di incolpazione non contenesse alcun riferimento a tale illecito tipico; tutto ciò, senza contare che la sentenza impugnata non fa alcun cenno, nè generico nè specifico, agli illeciti disciplinari che si ritengono integrati nella condotta dell'incolpato.

Con il quarto motivo (con cui deduce: In subordine, inosservanza - ex art. 606, lett. b - dell'art. 615-ter c.p., quale ipotesi di reato presupposto dell'illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, comma 1, lett. d, nonchè D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), il ricorrente, subordinatamente al mancato accoglimento del terzo motivo, critica la sentenza impugnata (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lettere A-C), sostenendo che i Giudici a quibus hanno erroneamente interpretato la condotta tipica prefigurata sia dal delitto di cui all'art. 615-ter cod. pen., sia dell'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n).

2. - Il terzo motivo del ricorso - che, denunciando l'inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità della sentenza, pone certamente questioni idonee a definire il presente giudizio con priorità rispetto a tutti gli altri motivi ed a tutti gli altri profili di censura - merita accoglimento, con conseguente assorbimento di tali motivi e profili di censura.

2.1. - L'eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso, sollevata dal Procuratore generale nell'odierna udienza di discussione, è concretamente irrilevante.

Infatti, posto che la fattispecie processuale di cui al motivo in esame è sufficientemente descritta, la predetta eccezione, nella parte in cui si riferisce agli altri motivi e profili di censura, diviene irrilevante in ragione del consequenziale assorbimento di tali motivi e profili di censura.

2.2. - La Sezione disciplinare del C.S.M. ha compiuto la seguente, singolare operazione:

a) i Giudici disciplinari, a fronte del capo di incolpazione - con il quale erano stati contestati al dr. B.T. gli illeciti disciplinari di cui agli artt. 1, comma 1 (violazione dei doveri di imparzialità e di correttezza), e 2, comma 1, lett. a) (....

comportamenti che, violando i doveri di cui all'art. 1, arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti), ed e) (....

ingiustificata interferenza nell'attività giudiziaria di altro magistrato), del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109,.... per avere, nella qualità di sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Modena, mancato ai propri doveri di imparzialità e correttezza, ponendo in essere, con grave e consapevole violazione di legge, comportamenti tali da arrecare indebito vantaggio agli indagati nel procedimento penale iscritto al n. 4059/11-21 RGNR, assegnato al Procuratore della Repubblica dott. Z.V. ed al sostituto dott. N.M. -, e in considerazione della circostanza, riprodotta nel capo di incolpazione - secondo la quale Per i medesimi fatti risultava pendente presso la Procura della Repubblica di Ancona, a carico del dott. B.T., indagato in ordine ai reati di cui agli artt. 615-ter e 326 cod. pen., il procedimento penale iscritto al n. 4986/11-21, nel contesto del quale, in data 29.8.2012, il G.i.p. del Tribunale di Ancona ha disposto l'archiviazione del procedimento stesso ex art. 409 c.p.p. - hanno: 1) innanzitutto, escluso che una tale autorità di cosa giudicata possa essere riconosciuta ad un'ordinanza di archiviazione) 2) richiamato, poi, la sentenza n. 14698 del 2010 di queste Sezioni Unite, che hanno ribadito il principio, enunciato con chiarezza nel D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 20, comma 3, che solo la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare, e tale autorità è limitata all'accertamento che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso, sicchè non si estende in ogni caso all'elemento soggettivo del reato. E' pertanto escluso che una tale autorità possa essere riconosciuta ad un'ordinanza di archiviazione; 3) infine, concluso che, per conseguenza, nel consapevole dissenso dal provvedimento di archiviazione conforme alla richiesta del PM di Ancona che valutò come insussistente il reato di accesso abusivo al sistema informatico commesso dal dottor B.T., occorre esaminare la sussistenza dell'illecito penale per valutarne le ricadute disciplinari ex art. 4, lett. D, D.Lgs. citato (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lettera A): occorre esaminare, cioè, la sussistenza dei reati ipotizzati dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ancona, di cui agli artt. 615-ter (che reca la rubrica: Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico) e 326 (che reca la rubrica: Rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio) cod. pen., ai fini dell'accertamento dell'illecito disciplinare previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, comma 1, lett. d);

b) i Giudici disciplinari hanno quindi analiticamente esaminato gli accertamenti effettuati in sede di indagini preliminari nel procedimento penale promosso dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ancona affermando, tra l'altro: Gli accertamenti emersi attraverso l'indagine penale a suo carico svolta dalla Procura di Ancona, i cui esiti sono stati riversati nel presente procedimento disciplinare, hanno verificato che il magistrato incolpato più volte, direttamente o tramite il cancelliere B.A., accedette al sistema informatico, effettuando interrogazioni relativamente al proc. penale n. 4059/11-21 assegnato ai colleghi dottor Z., Procuratore della Repubblica, e dottor N. (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lettera C, n. 1);

c) i Giudici disciplinari hanno perciò valutato tutti gli accertamenti effettuati in detta sede - ivi comprese le informazioni testimoniali raccolte ed il contenuto delle intercettazioni telefoniche acquisite - giungendo alla conclusione che il comportamento del magistrato incolpato costituisce reato previsto dall'art. 615-ter c.p. come è spiegato nella fondamentale sentenza delle sezioni unite n. 4694 del 27/10/2011, secondo cui "integra il delitto previsto dall'art. 615-ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l'ingresso nel sistema", e che Pertanto questa Sezione reputa sussistente l'illecito penale non escluso da sentenza passata in giudicato e, per la conseguenza, ritiene che dagli atti emerga la responsabilità del magistrato incolpato per l'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, lett. d), (cfr., supra, Svolgimento del processo, n. 2.1., lettera C, nn. 4 e 5);

d) i Giudici disciplinari, peraltro, nel dichiarare il dr. B. T. responsabile dell'illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, comma 1, lett. d), irrogandogli la sanzione disciplinare della censura e quella accessoria del trasferimento al Tribunale di Piacenza con funzioni di giudice, nel solo dispositivo - senza il minimo accenno nella motivazione -, hanno inoltre: 1) ritenuto il magistrato incolpato responsabile anche dell'illecito disciplinare di cui allo stesso D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), (.... la reiterata o grave inosservanza delle norme regolamentari o delle disposizioni .... sui servizi .... informatici adottate dagli organi competenti), nel testo modificato dal D.L. 29 dicembre 2009, n. 193, art. 3-quater, comma 2, (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 22 febbraio 2010, n. 24, art. 1, comma 1; 2) escluso l'incolpazione di cui all'art. 2, comma 1, lett. e), dello stesso decreto legislativo (.... ingiustificata interferenza nell'attività giudiziaria di altro magistrato); 3) affermato che è così modificata l'originaria incolpazione.

Tutto ciò - si ribadisce -, senza alcuna motivazione nè quanto alla riconosciuta responsabilità anche per la violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), (reputato evidentemente applicabile alla fattispecie, ratione temporis), nè quanto alle ragioni della ritenuta legittimità delle modificazioni dell'originario capo di incolpazione.

2.3. - E' del tutto evidente - ponendo semplicemente a confronto i su riportati capo di incolpazione e dispositivo della sentenza impugnata - che i Giudici disciplinari, cosi modificando le originarie, formali contestazioni di cui al capo di incolpazione, hanno palesemente violato il principio della correlazione tra incolpazione contestata e sentenza, in particolare nella parte in cui questa ha condannato il magistrato per gli illeciti disciplinari di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), e art. 4, comma 1, lett. d).

Al riguardo, è noto che nell'udienza di discussione del giudizio disciplinare Si osservano, in quanto compatibili, le norme del codice di procedura penale sul dibattimento .... (D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 18, comma 4) e, quindi, anche gli artt. 521 e 522 cod. proc. pen., sicuramente "compatibili" con la natura e con l'oggetto del processo disciplinare nei confronti di magistrati (cfr. ex plurimis, nello stesso senso, le sentenze nn. 27290 del 2009, 26548 del 2013 e 22610 del 2014).

In particolare, l'art. 521 (che reca la rubrica: Correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza) stabilisce che Nella sentenza il giudice può dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione .... (comma 1) e che Il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al pubblico ministero se accerta che il fatto è diverso da come descritto nei decreto che dispone il giudizio, ovvero nella contestazione effettuata a norma degli artt. 516, 517 e 518, comma 2 (comma 2), mentre l'art. 522 (che reca la rubrica: Nullità della sentenza per difetto di contestazione) prevede tra l'altro: L'inosservanza delle disposizioni previste in questo Capo è causa di nullità comma 1. La sentenza di condanna pronunciata per un fatto nuovo .... senza che siano state osservate le disposizioni degli articoli precedenti è nulla soltanto nella parte relativa al fatto nuovo .... (comma 2):

nullità, questa, denunciabile con il ricorso per cassazione - come denunciata nella specie con il motivo in esame -, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c).

Secondo la giurisprudenza penale di questa Corte - che il Collegio condivide -, il principio di correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza comporta che, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa, con la conseguenza che l'indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perchè, vertendosi in materia di garanzie della difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione (cfr., ex plurimis, la sentenza delle Sezioni Unite penali n. 36551 del 13 ottobre 2010, imputato Carelli).

Nello stesso senso si è espressa anche la Corte costituzionale:....

l'art. 521 cod. proc. pen. ha codificato il principio della necessaria correlazione tra imputazione contestata e sentenza, in base al quale il giudice può attribuire al fatto una definizione giuridica diversa, senza incorrere nella violazione del suddetto principio, soltanto quando l'accadimento storico addebitato rimanga identico negli elementi costitutivi tipici, cioè quando risultano iml'ati l'elemento psicologico, la condotta, l'evento e il nesso di causalità. Se il giudice, invece, accerta che il fatto è diverso da quello descritto nell'imputazione, deve disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero. L'anzidetto principio è diretto a garantire il contraddittorio e il diritto di difesa dell'imputato, il quale deve essere posto nelle condizioni di conoscere l'oggetto dell'imputazione nei suoi elementi essenziali e di difendersi, secondo la linea ritenuta più opportuna, in relazione ad esso. La necessaria correlazione tra accusa e sentenza, inoltre, è posta anche "al fine del controllo giurisdizionale sul corretto esercizio dell'azione penale, dal che si desume che la costante corrispondenza dell'imputazione a quanto emerge dagli atti è una esigenza presente in ogni fase processuale e, quindi, anche nell'udienza preliminare" (sentenza n. 88 del 1994). Sebbene il principio di correlazione tra imputazione e sentenza sia stato espressamente previsto soltanto con riferimento alla fase del giudizio, in conformità a quanto enunciato nell'anzidetta sentenza da questa Corte si è oramai consolidato l'orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui la disposizione prevista dall'art. 521 cod. proc. pen. deve trovare applicazione, in via analogica, anche con riferimento al giudice dell'udienza preliminare il quale, dunque, se accerta che il fatto è diverso da quello enunciato nella richiesta di rinvio a giudizio, deve disporre la trasmissione degli atti all'organo dell'accusa (ex plurimis: Cass., Sez. Un. Pen., sentenza n. 5307 del 2007, n. 3375 del 2000 e n. 3503 del 1998) (sentenza n. 103 del 2010, n. 2. del Considerato in diritto).

Nella specie, l'originaria contestazione concerneva condotte del magistrato incolpato riferite all'esercizio delle funzioni di pubblico ministero e disciplinarmente qualificate come comportamenti che, violando i doveri di cui all'art. 1, arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti (art. 2, comma 1, lett. a) e come ingiustificate interferenze nell'attività giudiziaria di altro magistrato (art. 2, comma 1, lett. e), mentre la riconduzione del comportamento dello stesso magistrato alle fattispecie di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), e art. 4, comma 1, lett. d), ha comportato l'individuazione di condotte rilevanti sul piano disciplinare radicalmente diverse da quelle originariamente e formalmente contestate: il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, previsto e punito dall'art. 615-ter cod. pen. (che prevede peraltro diverse fattispecie tipiche con condotte differenziate), e lo specifico illecito disciplinare funzionale consistente anche nella reiterata o grave inosservanza delle norme regolamentari o delle disposizioni .... sui servizi .... informatici adottate dagli organi competenti.

In particolare, il fatto costituente reato idoneo a ledere l'immagine del magistrato, ovverosia la condotta integrante un reato concretamente lesivo dell'immagine del magistrato, che rileva sul piano disciplinare anche nei casi in cui per tale condotta l'azione penale non sia stata esercitata o non si sia potuta iniziare o proseguire (art. 4, comma 1, lett. d, appunto), prefigura infatti una fattispecie di illecito, la quale implica necessariamente che il giudice disciplinare soltanto in tale fattispecie - a differenza delle altre ipotesi di cui allo stesso comma 1 dell'art. 4 (lettere da a a c) - può individuare, accertare e sanzionare una "condotta- reato" disciplinarmente rilevante anche indipendentemente da qualsiasi individuazione, accertamento e sanzione della condotta medesima da parte del giudice penale.

E', dunque, del tutto evidente che proprio in fattispecie siffatte - nelle quali al giudice disciplinare è attribuito, in definitiva, un potere di "accertamento incidentale" del reato (nei suoi elementi costitutivi tipici: la condotta, l'elemento psicologico, l'evento e il nesso di causalità), come condotta disciplinarmente rilevante ove concretamente lesiva dell'immagine del magistrato - è indispensabile, per assicurare all'incolpato l'esercizio effettivo dei diritti di difesa, che la formulazione dell'incolpazione sia originariamente e specificamente riferita all'ipotesi di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 4, comma 1, lett. d) come del resto è avvenuto normalmente nei casi in cui è stato contestato tale tipo di illecito disciplinare. Del pari, le medesime ragioni valgono per esigere che l'illecito disciplinare, di cui all'art. 2, comma 1, lett. n), sia originariamente e specificamente riferito alle "norme regolamentari o alle disposizioni sui servizi informatici" che si assumono gravemente e reiteratamente violate.

Del resto, anche queste Sezioni Unite civili, in consonanza con i ricordati e condivisi orientamenti delle Sezioni Unite penali e della Corte costituzionale, hanno affermato che nel processo disciplinare il rispetto del principio della necessaria correlazione tra il fatto addebitato e quello ritenuto in sentenza va valutato non in senso rigorosamente formale, ma con riferimento alla finalità cui esso è diretto, sicchè la sua violazione è ipotizzabile esclusivamente in presenza di un effettivo pregiudizio dei diritti di difesa (cfr., ex plurimis, le già citate sentenze nn. 27290 del 2009, 26548 del 2013 e 22610 del 2014).

Nella specie - acclarata la radicale diversità tra l'oggetto degli illeciti formalmente contestati nel capo di incolpazione e quello ritenuto nella sentenza impugnata -, dalla motivazione di questa, come correttamente osservato nel motivo in esame, non risulta assolutamente nè che il dr. B.T. sia stato informato dei nuovi illeciti, nè che, comunque, sia stato posto concretamente in grado di difendersi dall'addebito del delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, con conseguente lesione della propria immagine di magistrato, e dall'addebito dell'illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n). I Giudici disciplinari, infatti - escluso il vincolo di giudicato dall'ordinanza di archiviazione pronunciata dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Ancona - hanno "automaticamente" proceduto all'accertamento incidentale del delitto di cui all'art. 615-ter cod. pen., in tale accertamento includendo anche l'illecito di cui all'art. 2, comma 1, lett. n), ed hanno sostanzialmente omesso di giustificare in ordine alla legittimità della modifica dell'originaria incolpazione.

2.4. - Tutti gli altri motivi e profili di censura devono ritenersi - come già rilevato - conseguentemente assorbiti.

3. - Da tutte le considerazioni che precedono consegue che la sentenza impugnata è nulla, ai sensi del combinato disposto del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 19, comma 4, art. 521 c.p.p., comma 2, art. 522 c.p.p. e art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), nella sola parte in cui ha accertato la sussistenza degli illeciti disciplinari di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. n), e art. 4, comma 1, lett. d), ed ha irrogato al dr. B.T. le sanzioni disciplinari della censura e del trasferimento al Tribunale di Piacenza con funzioni di giudice. Resta ferma, invece, la stessa sentenza, nella parte in cui ha assolto il dr. B.T. dalla incolpazione di cui allo stesso D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. e), per essere divenuta irrevocabile in mancanza di impugnazioni. La sentenza medesima deve, pertanto, essere annullata in parte qua, con rinvio alla Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, in diversa composizione, che procederà ai sensi dell'art. 521 c.p.c., comma 2.

4. - Nessuna pronuncia va emessa in ordine alle spese del giudizio, in quanto il Ministro della giustizia non si è costituito nè ha svolto difese.

5. - Risultando dagli atti che il procedimento in esame è esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al testo unico approvato con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - Legge di stabilità 2013).

PQM

P.Q.M.

Accoglie il terzo motivo, assorbiti gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 18 novembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 23 gennaio 2015