SU Numero: 3021

Autorità Cassazione civile sez. un. Data: 16/02/2015 ( ud. 11/02/2014 , dep.16/02/2015 ) Numero: 3021

                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  

                        SEZIONI UNITE CIVILI                        

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           

Dott. ROVELLI     Luigi Antonio           -  Primo Presidente f.f.  -

Dott. FINOCCHIARO Mario                      -  Presidente di Sez.  -

Dott. RORDORF     Renato                     -  Presidente di Sez.  -

Dott. PICCIALLI   Luigi                             -  Consigliere  -

Dott. AMATUCCI    Alfonso                           -  Consigliere  -

Dott. BUCCIANTE   Ettore                            -  Consigliere  -

Dott. AMOROSO     Giovanni                          -  Consigliere  -

Dott. CHIARINI    Maria Margherita                  -  Consigliere  -

Dott. GRECO       Antonio                      -  rel. Consigliere  -

ha pronunciato la seguente:                                          

                                                     sentenza                                       

sul ricorso 24465-2013 proposto da:

C.R., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA ADRIANA 5/C, presso lo studio dell'avvocato STILE M. ALFONSO, che la rappresenta e difende, per delega in calce al ricorso;

                                                       - ricorrente -

                                                       contro

MINISTERO  DELLA  GIUSTIZIA, PROCURATORE  GENERALE  DELLA  REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

                                                         - intimati -

avverso  la  sentenza  n.  85/2013  del  CONSIGLIO  SUPERIORE   DELLA MAGISTRATURA, depositata il 17/07/2013;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 11/02/2014 dal Consigliere Dott. ANTONIO GRECO;

udito l'Avvocato Alfonso M. STILE;

udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

                

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il magistrato C.R., sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, propone ricorso, affidato a tre motivi ed illustrato con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura che l'ha riconosciuta responsabile dell'illecito di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1 e art. 2, lett. g), per avere, in qualità di magistrato in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli, con funzioni di sostituto procuratore, gravemente mancato al proprio dovere di diligenza, omettendo il controllo sulla scadenza del termine di durata della misura cautelare della custodia in carcere, applicata all'indagato M.O., e determinando così il ritardo di dodici giorni nell'adozione del provvedimento di scarcerazione, con grave violazione degli artt. 303 e 306 c.p.p., determinata da negligenza inescusabile. E' stata perciò irrogata la sanzione disciplinare dell'ammonimento.

Il Ministero della giustizia non ha svolto attività.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando "violazione di norme processuali di cui si deve tener conto nell'applicazione della normativa disciplinare e illogicità della motivazione come risulta dal testo del provvedimento impugnato", la ricorrente assume non sia stato considerato il disposto dell'art. 306 c.p.p., nella parte in cui riserva al "giudice" il potere dovere di disporre l'immediata liberazione della persona sottoposta a misura cautelare per estinzione dei termini di fase, e lamenta sia stato escluso che tale obbligo gravi sul giudice delle indagini preliminari, non considerando che l'individuazione della scadenza dei termini di una misura cautelare tendenzialmente prescinderebbe dallo sviluppo delle indagini e si determinerebbe esclusivamente in funzione del decorso del tempo dell'applicazione della misura cautelare.

Il motivo è infondato, in quanto risulta accertato in fatto, nè viene contestato, che, convalidato l'arresto nei confronti di due persone in relazione al reato di detenzione di carte di credito contraffatte, ed applicata nei confronti di una di esse la misura della custodia cautelare in carcere, "il ... 12 febbraio 2007 il procedimento veniva assegnato per la trattazione ordinaria alla dottoressa C., la quale dava corso agli atti d'indagine necessari".

Questa Corte ha in proposito chiarito come "il potere-dovere del giudice per le indagini preliminari di adottare di ufficio i provvedimenti previsti dall'art. 306 cod. proc. pen. presuppone che egli sia già investito del procedimento per l'esercizio di uno dei poteri appartenenti alla sua competenza funzionale, onde non sussiste quando egli non abbia la disponibilità di atti delle indagini preliminari. In tale ultima ipotesi non può assurgere a responsabilità disciplinare del magistrato l'aver trascurato il controllo di uno scadenzario cartaceo opzionalmente predisposto quale sistema di allarme, percepibile e consultabile, relativamente alla consumazione dei termini delle misure cautelari" (Cass., sez. un., 24 giugno 2005, n. 13557, e 12 dicembre 2003, n. 19097).

Il Giudice disciplinare ha correttamente osservato, con riguardo al termine di fase delle indagini preliminari, che poichè la gestione dell'indagato appartiene al p.m. quale parte pubblica responsabile dell'inchiesta e a conoscenza della sua evoluzione, ricade sull'organo dell'accusa sia l'obbligo di attivarsi per assicurare il rispetto di quei termini, sia il dovere di evitare che, per qualsiasi ragione, la compressione della libertà personale venga a risultare ingiustificata o illegittima", mentre "è da escludere che un tale obbligo possa essere ascritto al GIP, il quale, nella fase delle indagini preliminari, e, quindi, prima che con l'esercizio dell'azione penale inizi il vero e proprio processo (art. 405 c.p.p.), è un organo di garanzia ad acta, destinato ad intervenire solo incidentalmente nella suddetta fase".

Con il secondo motivo, denunciando "violazione di legge e illogicità della motivazione nella parte in cui è stata considerata grave e inesorabile la negligente violazione contestata", si duole che la sentenza impugnata abbia totalmente omesso di motivare in relazione alla scusabilità dell'errore contestato all'incolpata secondo quanto rappresentato nella memoria difensiva.

Con il terzo motivo, denuncia "violazione di legge e totale assenza di motivazione in rapporto alla invocata applicazione dell'esimente di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis".

Con riguardo al secondo motivo, il Collegio osserva, nel solco dell'orientamento manifestato da Cass., sez. un., 29 luglio 2013, n. 18191, come "ogni magistrato sia tenuto a vigilare sul permanere delle condizioni cui la legge subordina la privazione della libertà personale dei soggetti da lui indagati, non rilevando, come esimenti di tali condotte violative di un dovere di ufficio, la esistenza di situazioni personali o familiari, salvo la natura eccezionale di queste ultima circostanze che abbia impedito l'ordinario lavoro del magistrato. Nel caso specifico gli incolpati hanno violato il loro dovere di liberare una persona indagata e astretta in carcere, in contrasto con le norme di legge che ne imponevano la liberazione e in violazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g)".

Sussiste nel caso chiara la condizione di esigibilità della condotta omessa", essendo l'infrazione non giustificabile, se non per l'esistenza di impedimenti gravissimi, anche in rapporto al diritto alla libertà personale violato in concreto, che impone speciale diligenza nei giudici. Di fronte al diritto fondamentale di libertà in concreto leso, solo una esimente di grande rilievo poteva giustificare la lesione della situazione soggettiva del diritto alla libertà, tutelato direttamente dalla Costituzione (art. 13), la cui lesione non risulta neppure adesso giustificata, non costituendo esimente per gli incolpati della ritardata liberazione la capacità e laboriosità dimostrata da loro nelle altre attività giudiziarie nè potendo giustificarli la unicità dell'episodio contestato e accertata.. Anche se si tratta di un episodio unico, in un contesto di evidenziata capacità e laboriosità degli incolpati, la gravità della infrazione nella fattispecie emerge chiara dalla prodotta lesione del diritto fondamentale di libertà per l'imputata indebitamente trattenuta in carcere per le omissioni negligenti degli incolpati". Ed in conclusione, la Corte ha enunciato il seguente principio di diritto: "Anche a garanzia di un trattamento uniforme di situazioni analoghe e della prevedibilità della sanzione, la disapplicazione dal giudice, su conforme parere del P.M., dei termini previsti dalla legge di custodia cautelare, in quanto lesivo del diritto fondamentale di libertà del soggetto trattenuto in carcere oltre i limiti di legge, è "grave" violazione di legge sanzionatale come illecito disciplinare, salvo un"esimente connessa a circostanze di fatto o a provvedimenti che giustifichino la permanenza nella detenzione del soggetto e la sua mancata liberazione, dovendosi attribuire a gravissima negligenza del giudice ogni violazione del diritto di libertà non dovuta a cause eccezionali".

Un siffatto carattere di eccezionalità alle giustificazioni addotte non è stato riconosciuto dal Giudice disciplinare, che ha escluso, in termini analitici e motivati - segnatamente, in relazione al ruolo del giudice delle indagini preliminari ed all'incidenza della situazione organizzativa dell'ufficio di appartenenza -, di aver rinvenuto alcuna "ragionevole giustificazione per la mancata osservanza di quel termine".

Il terzo motivo è del pari infondato, atteso che la scarsa rilevanza del fatto è stata esclusa, in modo non irragionevole, in considerazione della lunghezza del "periodo di privazione della libertà personale subito dall'indagato in conseguenza di un comportamento gravemente negligente, quale quello posto in essere dalla incolpata", che "impedisce di riconoscere nel fatto quei connotati di scarsa offensività dei valori tutelati dalla norma che può condurre all'applicazione dell'esimente prevista dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis".

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

PQM

P.Q.M.

La Corte, a sezioni unite, rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 11 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2015