Intervento Giunta Distrettuale di Bari

Inaugurazione anno giudiziario 2018

Saluto con la massima deferenza il Presidente della Corte di Appello, il Procuratore Generale, gli illustri rappresentanti delle istituzioni, i colleghi e tutti i presenti.

Ringrazio per l'analisi, accurata e rigorosa, sullo stato della giustizia nel distretto.

Intervengo a nome della Giunta distrettuale dell'Associazione Nazionale Magistrati di Bari, che mi onoro di rappresentare, esprimendo la nostra soddisfazione per l'importante passo compiuto con la firma del protocollo d'intesa per il nuovo polo giudiziario.

Seguiremo con attenzione i successivi sviluppi, ma sappiamo che con il primo stanziamento dei fondi quella che era una mera idea per la soluzione del problema dell'edilizia barese sta assumendo una reale concretezza.

Ci sono, in verità, ancora tante criticità nell'area distrettuale e noi magistrati non immaginiamo e non vogliamo una magistratura autoreferenziale, chiusa nel suo recinto, insensibile alle sollecitazioni tese al dialogo.

Non siamo soli nell'universo della giustizia, sappiamo di poter migliorare perché la società ha bisogno di profondi valori, non possiamo permetterci di pensare di essere il fulcro isolato di un sistema complesso e, quindi, dobbiamo mostrare attenzione verso gli altri, dando corso semplicemente a quella che è la nostra vocazione sociale.

E' pertanto doveroso promuovere più solide convergenze programmatiche con gli avvocati ed il personale amministrativo.

Dobbiamo altresì intercettare i dolenti sentimenti dei cittadini e sviluppare, come sta accadendo, continue riflessioni pubbliche, anche nel mondo della scuola.

In questa apertura all'esterno ci sembra nondimeno imprescindibile pretendere dai nostri colleghi un uso appropriato degli strumenti di comunicazione sociale, evitando che si producano sconfinamenti in grado di compromettere il prestigio dell'istituzione e il dovere di riservatezza, che sono elementi costitutivi della nostra funzione.

Bisogna coinvolgere i cittadini in una operazione di ideale rigenerazione che ci veda tutti centrali protagonisti della bilancia dei diritti e delle garanzie.

Ciò perché, è bene che si sappia, siamo di fronte ad un grave rischio, che ha risvolti culturali prima che materiali.

Il Presidente della Repubblica ha ricordato ai giovani magistrati che il giudice non è uno strumento meccanico, chiamato ad esercitare in modo automatico la sua funzione, e che a lui si chiede di valersi della sua sensibilità e del suo sapere per tradurre nella decisione la volontà sociale espressa nella legge.

Ha spiegato che è complessa la realtà nella quale si colloca l'attività del magistrato e ha saputo dipingere quindi al meglio proprio il nostro pensiero.

Il Presidente Mattarella ci ha chiesto di garantire una attività sempre originale, non adagiata sulla mera ripetizione, perché la realtà è variegata e costantemente in trasformazione.

Noi non ignoriamo di certo che ogni interpretazione di una norma sia una ricreazione della stessa.

Questo è l'obiettivo che ci siamo prefissi nella nostra professione.

Tuttavia, occorre dirlo a chiare lettere, nel distretto di Bari i magistrati non possono più sostenere questi carichi di lavoro, per giunta in tali condizioni materiali indegne.

La sfiducia è il germe più pericoloso, un germe che può contaminare gravemente un ambiente.

Siamo consapevoli del fatto che la diffusione di un sentimento di sfiducia tra i magistrati possa produrre pregiudizi irreparabili nella comunità.

Gli organi centrali ci sollecitano a sintetizzare, a comprimere i tempi di indagine, di studio e di trattazione, a non spenderci troppo nelle motivazioni dei nostri provvedimenti, in modo da smaltire un numero crescente di affari.

Ma noi sappiamo che dietro ogni provvedimento ci sono le persone, le loro vite, le loro libertà, le loro cose necessarie.

La realtà richiede qualità del lavoro giudiziario e non si può sintetizzare, comprimere, ridurre a pochi righi.

Le proposte tecniche di eccessiva semplificazione dei procedimenti e della motivazione affidano alla magistratura solo rabberciati strumenti di rimedio diretti a cercare di eliminare gli squilibri dei carichi causati dalla scarsa attitudine organizzativa di altri poteri statali.

Queste spinte nascono dall'errata percezione dell'esistenza di un ruolo di supplenza operativa dei magistrati di fronte ad una politica che appare incerta, debole o inadeguata.

Non ci devono essere mistificazioni culturali.

Questo denunciato disastro dei carichi di lavoro non è addebitabile alla magistratura.

I magistrati qui hanno da molto tempo una altissima produttività statistica, invidiabile nel resto d'Italia.

La magistratura non può però occupare gli spazi che non le appartengono, non dispone direttamente delle risorse finanziarie per il regolare funzionamento degli uffici, non può autonomamente potenziare le piante organiche e non distribuisce il personale amministrativo sul territorio nazionale.

Rimangono, in particolare, incomprensibili i criteri ministeriali adottati recentemente per l'assegnazione del personale amministrativo; è stato penalizzato questo territorio dopo aver dichiarato di volerlo tutelare anche da questo punto di vista.

La magistratura ha doveri di altro genere nei confronti dei cittadini.

Ha unicamente i doveri sottolineati dal Presidente della Repubblica.

Occorre pertanto lanciare un allarme: la giustizia distrettuale può perdere il suo naturale cromatismo.

La riforma che ha introdotto una eccessiva contrazione dei tempi per la chiusura delle indagini e l'esercizio dell'azione penale o la richiesta di archiviazione penalizza il lavoro di approfondimento affidato alle procure di primo grado nell'interesse dei cittadini, sovraccaricando per giunta la procura generale con poteri di avocazione troppo estesi, ed inciderà, con ulteriori riflessi negativi, nei processi penali, imponendo proprio in queste fasi successive le integrazioni istruttorie necessarie sul piano probatorio.

L'enorme peso dei ruoli giudiziari impedisce ai magistrati di garantire a tutti l'efficace tutela dei diritti.

Il numero eccessivo di provvedimenti da emettere per "salvare la barca" nelle Procure, nei Tribunali e nella Corte di Appello può inaridire il metodo interpretativo delle norme, che costituisce l'essenza del giudicare, e può prosciugare l'attività di coscienza dei magistrati, rendendola, in modo aberrante, un'attività senz'anima, omologata, burocratica, ripetitiva, copiativa, volta a ripiegarsi nei pensieri verso la propria responsabilità individuale e non più tesa ad aprirsi verso la società con l'ermeneutica evolutiva dei diritti e la dimensione europea del giudicare.

La magistratura deve partecipare attivamente al dibattito pubblico sulla qualità della tutela dei diritti per isolare, con l'evidenziatore, questi limpidi messaggi di inquietudine dal confuso e sbrigativo contesto comunicativo dei nostri tempi, che tende a polverizzare i valori essenziali della nostra civiltà.

Non vogliamo scrollarci di dosso il dovere morale di porre gli accenti sulle evidenze crude della realtà.

Sappiamo, infatti, di avere l'obbligo etico di accendere i riflettori su quei settori della società che non hanno casse di risonanza mediatica.

Abbiamo il dovere di non dimenticare le figure sociali emarginate, invisibili, maltrattate, vessate, che la Carta costituzionale protegge al pari delle altre che sono maggiormente in vista.

Occorre allora addentrarsi nei meandri delle cause genetiche dei problemi del nostro tempo.

Ci si deve chiedere come le risorse economiche distratte, senza argini, verso lidi di corruzione o più banalmente sprecate per una insana amministrazione possano essere orientate per il futuro nella giusta direzione, per rimettere in piedi ciò che è già parzialmente crollato.

Occorre andare a vedere quanto sia ingolfato il lavoro di primo grado nei settori del civile, del penale e del lavoro, dopo quanto tempo le decisioni irrevocabili dei giudici penali sono eseguite, dopo quanto tempo un appello viene trasmesso in secondo grado e dopo quanto tempo è possibile trattare con la dovuta attenzione l'impugnazione in Corte di Appello con i pochi consiglieri in servizio.

Noi lo abbiamo rimarcato più volte, ma per tali versi alle promesse sono ancora mancate le risposte nei fatti.

Ci si preoccupa della crescente efferatezza della criminalità organizzata, si giunge a Bari e a Foggia preannunciando interventi e poi si affida tutto al potere della bacchetta magica della locale magistratura, senza aiuti o contributi.

Si introducono riforme e si creano nuove sezioni specializzate, ma si affidano questi cambiamenti ai magistrati a risorse invariate, confidando evidentemente in ulteriori sacrifici, oggettivamente impossibili.

Abbiamo bisogno di un significativo potenziamento dell'intera rete distrettuale giudiziaria e chiediamo un forte impegno delle amministrazioni pubbliche per la sicurezza dei magistrati e per la manutenzione dell'esistente in attesa della realizzazione del nuovo polo edilizio giudiziario.

Se le amministrazioni locali rifletteranno organicamente su questi temi, se il Ministero farà i passi necessari che i vertici degli uffici giudiziari, insieme alla nostra giunta, chiedono continuamente, la magistratura saprà far rinascere questi territori.

Solo in tal modo potrete contare su una giustizia celere, efficace, sicura, ispirata, dunque moderna, in linea con le pretese dei cittadini e delle imprese.

Vi ringrazio per l'attenzione.