Intervento Giunta Distrettuale di Palermo

Inaugurazione anno giudiziario 2018

Eccellentissimo Signor Presidente,

La ringrazio di avermi dato la parola.

A nome della Giunta distrettuale dell'A.N.M. che ho l'onore di presiedere porgo il saluto dei Magistrati del distretto di Palermo al Signor Consigliere del C.S.M., al Signor Rappresentante del Ministro, al Signor Procuratore Generale, a Sua Eminenza Reverendissima, ai Signori Avvocati, alle Autorità civili e militari, ai Colleghi, al Gentile Pubblico

Il contributo che offro all'odierna adunanza è stato condiviso all'interno della Giunta sezionale ed è frutto dunque dell'apporto e della sensibilità di ciascuno dei suoi componenti, a dimostrazione del clima di autentica collaborazione che ha caratterizzato, sin dal suo esordio, l'attività della sezione.

La Giunta ritiene innanzitutto doveroso ricordare oggi la carissima collega Eleonora Tortora, che proprio in questi uffici ha iniziato, al termine del suo tirocinio, la sua breve ma intensa carriera professionale, e che negli scorsi giorni ci ha prematuramente lasciati, stroncata da un male che, pur logorandola, non ne ha mai spento il sorriso, la bellezza e la voglia di vivere, e non ne ha minimamente intaccato la disponibilità e generosità, la lealtà, la serietà, la professionalità, l'equilibrio, il senso del dovere, la compostezza, tutte le qualità che le hanno conquistato l'affetto e la stima incondizionati di quanti l'hanno conosciuta e, ancor più, di quanti hanno avuto il privilegio di lavorare con lei e che dalla sua presenza e frequentazione hanno tratto continuo arricchimento.

Eleonora aveva lasciato Palermo per avvicinarsi alla sua famiglia ma a Palermo, al suo mare, agli amici e colleghi siciliani è rimasta sempre profondamente legata. Amava la vita e per la vita ha lottato con determinazione e caparbietà incredibili e, al contempo, con riservatezza e dignità non comuni.

A lei va vogliamo esprimere oggi il nostro grazie e ai suoi cari la nostra solidale vicinanza, in un momento tanto doloroso. 

I dati numerici che ci sono stati illustrati ci consegnano una realtà giudiziaria estremamente dinamica e produttiva ma oltremodo complessa, in cui la crescente aspettativa di giustizia dipende soprattutto da molteplici fattori socio - economici sui quali occorre intervenire con urgenza ed efficacia, da parte del Governo e del Parlamento, degli Enti territoriali, delle istituzioni tutte, sinergicamente.

E però un'attenzione eccessivamente polarizzata sull'aspetto quantitativo, specie se disgiunta da una corretta lettura ed interpretazione dei "numeri", dei bilanci, finisce col restituire una visione incompleta della realtà quando oggetto della discussione non è la produzione di un'azienda manifatturiera o di una casa automobilistica bensì quella di un distretto giudiziario.

E' sotto gli occhi di tutti la scarsa efficacia di quegli interventi normativi che periodicamente si propongono, in maniera miope e semplicistica, di risolvere la complessità dei meccanismi di funzionamento della giustizia, concentrandosi esclusivamente sul fattore tempo, isolandolo dal contesto e limitandosi a comprimere i termini per il compimento di atti processuali (da quello per la riassunzione del processo o per l'impugnazione della sentenza alla durata del periodo di sospensione feriale) senza compiere investimento strutturali nel comparto giustizia; meno evidente - ma affatto trascurabile - è poi la pericolosità delle più recenti proposte - maturate nell'assenza di qualunque interlocuzione con l'associazione nazionale magistrati e fermamente avversate dalla stessa Anm e dall'avvocatura - volte a contrarre ulteriormente le scansioni procedimentali (e le connesse prerogative difensive) o, peggio, a deformalizzare il processo civile, generalizzando - per la trattazione dei procedimenti contenziosi civili monocratici - riti, come il sommario di cognizione, pensati invece per le controversie di natura documentale o comunque caratterizzati da una istruttoria appunto semplificata.

Trascurando, peraltro, che, con l'introduzione dell'art. 183 bis c.p.c., molto più opportunamente, il d.l. 132/14 aveva già attribuito al Giudice il potere di incidere, modificandola, sulla scelta del rito operata dalla parte attrice, disponendo il mutamento del rito da ordinario in sommario "valutata la complessità della lite e dell'istruzione probatoria".

Continua evidentemente a sfuggire al nostro legislatore riformista che far presto non vuol dire necessariamente far bene e che una vera deflazione, che si traduce in un indiretto strumento di accelerazione dei tempi processuali, passa anche attraverso la qualità delle decisioni, oltre che attraverso la fiducia del cittadino in chi quelle decisioni ha reso. 

E proprio la fiducia della collettività costituisce una leva importantissima, tanto quanto le risorse umane impiegate nel settore giustizia, una leva sulla quale i Governi hanno finora perso l'occasione di concentrarsi, impegnandosi ad avversare con fermezza ogni forma di delegittimazione della funzione giudiziaria e ogni gratuito attacco, ispirato da scopi personali o politici, all'autonomia e all'indipendenza della Magistratura, vero baluardo di garanzia dei diritti e dell'uguaglianza di tutti i cittadini.

Si dimentica così che alla magistratura del nostro tempo sono richiesti standard di professionalità e di produttività assai elevati, cui sovente non fanno da pendant condizioni lavorative adeguate.

Occorre essere consapevoli delle sfide che si presentano a coloro che vogliono interpretare appieno il proprio ruolo di magistrato nella società del nuovo millennio.

La realtà in cui ci muoviamo è caratterizzata da continui interventi normativi, che si avvicendano repentinamente e che spesso sono presentati come riforme epocali, in modo talvolta poco attento agli aspetti tecnici della materia. Vi è spesso la tendenza del Legislatore ad assecondare gli umori e le finalità politiche del momento senza una precisa scelta sistemica o alcuna visione generale e soprattutto senza una reale e obiettiva previsione degli effetti delle riforme nel breve, medio e lungo periodo. A fronte di questa bulimia normativa, in altri casi, invece, risulta assordante il silenzio dello stesso Legislatore su temi sensibili (ad es., fine-vita, tutela dei soggetti deboli), rispetto ai quali viene a gravare sugli interpreti il compito di regolare situazioni delicate, attraverso le quotidiane operazioni di bilanciamento fra i diritti, che assumono tratti e complessità sempre crescenti,tanto da rendere arduo anche il ruolo nomofilattico della Suprema Corte.

Tali sfide pongono il magistrato in una condizione di evidente difficoltà, tanto maggiore quanto più ampio è il panorama di fonti alle quali egli è chiamato ad attingere (si pensi, a titolo di esempio, alla normativa dell'Unione europea, alle Carte dei diritti fondamentali e alla mole della produzione giurisprudenziale delle Corti sovranazionali), nella consapevolezza che occorre fronteggiare il rischio dell'incertezza del diritto e delle disparità di trattamento.

Appare, allora, essenziale, che - pur nella costante tensione alla piena realizzazione dell'ineludibile precetto costituzionale della ragionevole durata del processo - logiche di tipo produttivistico non finiscano per snaturare l'essenza della funzione giurisdizionale, scoraggiando il desiderio di approfondimento del singolo e comprimendone quegli spazi di riflessione che costituiscono irrinunciabile presidio di una magistratura effettivamente indipendente ed autenticamente sensibile ai bisogni di un'umanità composita, che di giorno in giorno chiede tutela per diritti in costante evoluzione.

La qualità della giustizia è valore che si coniuga perfettamente con i concetti di efficienza e di efficacia: esiste il dovere per tutti e l'obbligo per il singolo di rendere una prestazione adeguata che guardi al risultato finale destinato all'utente e alle aspettative che l'utente ha riposto sul servizio stesso.

E' necessario che la giustizia sia capace di operare in modo efficiente e, nel contempo, di offrire garanzie adeguate in punto di qualità: il grado di effettività della giustizia civile, si sente continuamente ripetere, "incide sul pil, si ripercuote pesantemente sull'affidabilità del "sistema paese".

Ma per ottenere risultati di efficienza, in altri termini, è necessario adeguare strumenti e risorse, consentire ai magistrati di lavorare in condizioni ottimali e con carichi di lavoro che consentano di fornire risposta tempestiva e di qualità.

Proprio in quest'ottica, il Comitato Direttivo Centrale ANM del 13 febbraio 2016 ha approvato un documento generale nel quale si chiede al CSM una proposta concreta sui carichi di lavoro predeterminati e rapportati a parametri nazionali. 

Sarà attento, pertanto, da parte di questa Giunta, l'ascolto della magistratura e di ogni altro operatore del Distretto circa l'emersione di eccessi o distorsioni che possano assumere rilevanza nelle prospettive di tutela e garanzia contemplate dallo statuto dell'Associazione Nazionale Magistrati.

Non si può non sottolineare che l'eccezionale produttività del distretto si deve anche alla straordinaria capacità di smaltimento e all'abnegazione dei tanti giovani colleghi immessi nelle funzioni negli ultimi anni.

Al contempo, la Giunta manifesta ampia disponibilità ad affiancare e supportare la dirigenza nella individuazione - col contributo degli interessati - delle misure organizzative più acconce al fine di contemperare le condizioni di salute, le esigenze familiari e i doveri assistenziali che gravano sui singoli magistrati con le esigenze dell'ufficio, dando così concreta attuazione alle disposizioni contenute nel titolo IV della Circolare sulla formazione delle tabelle per il triennio 2017/2019, nella costante ricerca di soluzioni virtuose capaci di coniugare efficienza e benessere delle risorse. 

 Non ci sembra superfluo richiamare l'attenzione del Consiglio superiore della magistratura e del Ministero della Giustizia rispetto ai contesti nei quali maturano intimidazioni e pressioni nei confronti di singoli magistrati se non addirittura di interi Uffici Giudiziari e sottolineare la necessità del costante e massimo impegno di tutte le istituzioni e Forze di Polizia per garantire la sicurezza anche dei magistrati che quotidianamente esercitano le loro funzioni, con particolare riferimento a coloro che sono impegnati nella trattazione di procedimenti relativi al contrasto alla criminalità organizzata, raggiunta, ancora fino a pochi giorni fa, da ulteriori provvedimenti restrittivi frutto dell'impegno e della collaborazione della Magistratura e delle Forze dell'Ordine.

Colgo l'occasione per ringraziare il CSM per la solerzia con cui ha raccolto la richiesta della sottosezione trapanese dell'ANM, veicolata da questa GES, a che fossero desecretati il fascicolo personale di Giangiacomo Ciaccio Montalto e gli atti ispettivi successivi alla sua barbara uccisione, in occasione del 35° anniversario.

E soffermandoci ancora sui profili organizzativi, pur apprezzando lo sforzo recentemente compiuto per disciplinare organicamente la magistratura onoraria a quasi un ventennio dalla sua istituzione, non si può non sottolineare, da un canto, il permanere di gravi criticità (in primis, la carenza di adeguate tutele lavorative, ivi comprese quelle assistenziali e previdenziali) e non condividere, dall'altro, la preoccupazione, manifestata dai Dirigenti degli Uffici giudicanti e requirenti di primo grado, per le negative ricadute che sulla organizzazione degli Uffici medesimi potrebbero derivare dall'applicazione del recente D. Lgs. 116/2017 attuativo della legge delega 56/16.

Le nuove disposizioni concernenti l'attività dei GOP quali assegnatari della trattazione di procedimenti civili e penali, monocratici e collegiali, potrebbero innanzitutto rendere necessaria la modifica delle tabelle adottate dalla maggior parte dei dirigenti per il prossimo triennio: se infatti la Circolare sulla formazione delle tabelle di organizzazione degli uffici giudiziari per il triennio 2017/2019, approvata dal CSM il 25.1.2017, prevede che ai GOT possa essere assegnato un ruolo autonomo - in alternativa rispetto all'inserimento nell'UPP - in caso di significative vacanze nell'organico dell'ufficio o in tutti i casi in cui per circostanze oggettive non si possa far fronte alla domanda di giustizia con i soli giudici togati, e se i principi contenuti nella legge delega, pur intesi ad evidenziare la marginalità dell'impiego del g.o. in funzione vicaria all'interno del tribunale, non si discostano significativamente dai criteri dettati dalla vigente previsione consiliare, il decreto attuativo privilegia invece nettamente - almeno "a regime" e dunque per i giudici onorari in via di reclutamento  - la centralità del gop all'interno dell'UPP, codificando la regola che intende il ricorso ai giudici onorari come extrema ratio non solo per l'affidamento di un ruolo monocratico ma anche per l'utilizzazione nei collegi.

Anche la limitazione dell'impegno richiesto ai giudici onorari ad un tempo non superiore a due giorni a settimana (come previsto dall'art. 1.3), appare tutt'altro che consonante con l'esigenza di funzionalità degli uffici giudiziari, proprio nelle situazioni di eccezionale gravità che ne giustificano l'impiego con assegnazione di un ruolo autonomo, generando ulteriori criticità, soprattutto nel settore penale (va però detto che, secondo l'opzione interpretativa che appare preferita, la limitazione non dovrebbe essere operante per i VPO in servizio fino alla scadenza del quadriennio successivo all'entrata in vigore del d. lgs. 116).

Come detto, il trend degli ultimi anni registra sicuramente un incremento degli accessi ai diversi settori della giurisdizione. 

Uno dei fattori è rappresentato dalle straordinarie dimensioni assunte dal fenomeno migratorio nel distretto palermitano, chiamato oggi ad accogliere e tutelare un numero elevatissimo di minori stranieri, in massima parte adolescenti, che sbarcano nel nostro territorio privi di familiari di riferimento. La legge 7.4.2017 n. 47 ha completato, nel nostro ordinamento, il sistema di protezione dei minori stranieri non accompagnati, con l'intento quindi di riordinare i vari interventi finora frammentariamente disposti con svariati provvedimenti succedutisi nel tempo, ma connotati, talvolta, da disorganicità e genericità.

Pur salutata con favore, per il fatto di aver riconosciuto in questi soggetti delle persone particolarmente vulnerabili e per aver sostanzialmente equiparato il minore straniero non accompagnato ai minori italiani o comunitari quanto alle tutele applicabili, la legge ha tuttavia destato perplessità per la mancata previsione di nuove, adeguate risorse necessarie ad assicurare la meglio gli obiettivi di tutela prefissati; è stato fortunatamenterisolto dal Consiglio dei Ministri col recentissimo D. lgs. 220/2017 dello scorso dicembre il problema del coordinamento della legislazione vigente con riferimento al c.d. «doppio binario» giurisdizionale, costituito dal giudice minorile e dal giudice tutelare, che comportava inevitabilmente l'avvio di un doppio procedimento presso due distinti uffici giudiziari, con un dispendio di energie e di costi che non trovava alcun fondamento logico, soprattutto in un contesto di grave sofferenza degli uffici giudiziari, a corto di risorse e personale amministrativo.

V'è allora da auspicarsi che l'attività concertata del Tribunale per i Minorenni, del Garante regionale per l'Infanzia e l'adolescenza, degli enti locali, dei Consigli degli Ordini professionali, di associazioni esperte nei settori dei minori e delle migrazioni assicuri la sollecita designazione di tutori adeguatamente formati e l'effettivo inserimento dei minori in un concreto ed adeguato percorso educativo e formativo che ne faciliti l'integrazione.

In ambito penale, anche in questo ultimo biennio, si è assistito non soltanto ad un aumento dell'attività delinquenziale ma anche ad una costante dilatazione del numero dei reati previsti dalla legge, conseguenza spesso di utilizzo forse propagandistico e simbolico dell'azione legislativa, secondo l'errata ed infondata equazione secondo cui a più reati equivarrebbe più sicurezza. Ed invece, l'incertezza del quadro degli illeciti e la latente irrazionalità del sistema hanno indebolito la capacità repressiva, aumentando soltanto il numero dei procedimenti. A ciò va aggiunta la tendenza del nostro Paese, come di altri, ad affrontare con interventi penali problemi di carattere sociale, come quello della droga, dell'immigrazione, persino delle diseguaglianze sociali e della povertà.  Si è dunque riversato sulla giurisdizione penale molta parte di quei problemi sociali cercando di trovare lì la risposta dello Stato che, invece si allontana dai più naturali campi di intervento  con corrette lungimiranti politiche sociali, appesantendo invece il comparto Giustizia.

Laddove lo Stato è intervenuto con tentativi di riduzione del ricorso all'ambito penale, per esempio rivedendo talune minori ( sotto il profilo dell'allarme sociale) incriminazioni penali, giusta l'auspicabile delineamento di effettivi criteri di offensività - ci si riferisce alla introduzione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto - o, ancora, laddove sono state depenalizzate alcune fattispecie criminose che avevano perso un effettivo disvalore penale, non si è visto compiere quel coraggioso salto in avanti che una politica in ambito penalistico richiedeva perché i tempi erano maturi.

Sono tentativi del mondo della politica di interessarsi alle difficoltà oggettive della giurisdizione, ma i dati che ne costituiscono gli esiti devono semmai incoraggiare a fare di più e a porre mano ad un ripensamento  del diritto penale speciale in chiave più moderna. Servono interventi dello Stato che non aggravino con aggiunta di reati  il lavoro delle forze dell'ordine e dei giudici, ma che snelliscano i loro compiti e che perimetrino questi ultimi verso campi di azione che siano realmente insostituibili e non supportabili da altre amministrazioni. 

Tra le riforme da un lato e la pura introduzione di nuovi reati dall'altro , il lavoro dei giudici si fa sempre più complicato e convulso, laddove il principio basilare per il migliore esercizio della giurisdizione è invece quello di consentire ai giudici il più sereno e meno rumoroso terreno di giudizio.

Non si può omettere oggi un breve riferimento alla così detta legge Orlando che ha riformato alcune parti dell'ordinamento penale, sia sostanziale sia processuale, ma anche l'ordinamento penitenziario: Si tratta di una legge ad articolo unico con un centinaio di commi con i quali si apportano significative novità in materia di prescrizione, si introduce una nuova causa estintiva del reato per condotte riparatorie (sul quale punto sono state sollevate durissime critiche a proposito della sua opportunità nell'ambito di taluni reati per i quali è alta la sensibilità della cittadinanza), si inasprisce il trattamento sanzionatorio previsto per una serie di delitti gravi ( per esempio la rapina).  Si mette mano al delicatissimo ambito delle intercettazioni.

Riscrivendo parzialmente gli articoli dal 158 al 161 del vigente codice penale (con la esclusione del "termine base" di cui art. 157 c.p.), il legislatore è intervenuto con una sapiente nuova calibratura della prescrizione tenendo conto dei significativi ed importanti successi giurisdizionali dell'accusa - in primo e secondo grado -  e prevedendo in occasione di essi nuove ipotesi di interruzioni della prescrizione, garantendo quindi una effettività della condanna e della pena nonostante la naturale e fisiologica durata del processo penale.

La riforma Orlando, anche in motivo dell'inasprimento del trattamento sanzionatorio di alcuni delitti avrà certamente come effetto un incremento della popolazione carceraria, il che rende ancor più urgente l'adeguamento del sistema penitenziario ai principi declinati dalla recente legge 103/2017, a tutela dei diritti di condannati, detenuti ed internati. Altrettanto indifferibile è d'altra parte la copertura e la revisione delle piante organiche dei Tribunali di Sorveglianza, sia relativamente ai magistrati che al personale amministrativo.

La parte più controversa della legge è tuttavia, come noto, l'ultima che, nell'attuare una revisione della disciplina delle intercettazioni volta a rendere maggiormente equilibrata la salvaguardia fra interessi parimenti meritevoli di tutela a livello costituzionale, introduce disposizioni volte a incidere sull'utilizzazione, a fini cautelari, dei risultati delle intercettazioni, nonché a disciplinare il procedimento di selezione delle comunicazioni intercettate, secondo una precisa scansione temporale - con la finalità - di escludere, in tempi ragionevolmente certi e prossimi alla conclusione delle indagini, ogni riferimento a persone solo occasionalmente coinvolte dall'attività di ascolto e di espungere il materiale documentale non rilevante a fini di giustizia. 

Sottraendo al PM la selezione delle intercettazioni, ne rende praticamente impossibile il controllo impedendogli anche conservare per il futuro alcune conversazioni che non appaiono utili ( nel senso di sfruttabili) nell'immediatezza ma che potrebbero diventarlo in futuro; sotto questo aspetto, cavalcando un ipergarantismo populista, la novella non va certo nel senso di un significativo incoraggiamento del lavoro dei pubblici ministeri e della polizia giudiziaria (che comunque il loro compito dovranno pur svolgerlo).

Proprio l'organizzazione degli Uffici del Pubblico è stata recentemente oggetto di una Risoluzione Unitaria con l'adozione da parte del CSM della delibera del 16 novembre 2017 ("Elaborazione di una risoluzione unitaria in materia di organizzazione degli Uffici del Pubblico Ministero" (cd Circolare Procure), avente valore regolamentare, che si prefigge lo scopo di disciplinare nel dettaglio i principi introdotti dal d.lgs. 106/06 (disposizioni in materia di riorganizzazione dell'ufficio del pubblico ministero).

La circolare è certamente da apprezzare per i principi che la ispirano, che appaiono ampiamente condivisibili nel momento in cui l'azione della Magistratura soffre di un'attenzione patologica da parte dei media e dell'opinione pubblica, principi individuabili nell'idea della maggiore condivisione possibiledelle scelte - sia investigative che processuali - tra sostituti procuratori, procuratori aggiunti e Procuratore; che implica un onere reciproco di conoscenza e comunicazione, nonché ogni possibile impegno nell'addivenire a soluzioni il più possibile condivise, sempre nel rispetto dei principi di autonomia dettati dall'ordinamento e dalla costituzione.

Forse un'occasione mancata della redazione della "circolare" è da individuarsi nel fatto che i momenti di "contrasto" che potrebbero comunque insorgere all'interno degli uffici di Procura, pur dettagliatamente disciplinati, non prevedono automatismi di comunicazione al CSM o al Consiglio Giudiziario del possibile sbocco nella "revoca dell'assegnazione al sostituto" (art. 15 circolare) o nella "rinunzia dell'assegnazione da parte del sostituto" (art. 16 circolare), essendo la comunicazione al CSM rimessa all'iniziativa del Procuratore o dei componenti dell'ufficio (il CSM, che in relazione a revoche o rinunzie può esprimere  "osservazioni", potrebbe non essere posto a conoscenza di tali evenienze e rimanere impossibilitato ad esercitare le proprie prerogative).

Auspichiamo dunque che il CSM, ed eventualmente i Consigli Giudiziari, monitorino la concreta attuazione della circolare, se del caso intervenendo con le opportune modifiche, ovvero interpretando la disciplina secondaria alla luce dei principi che ispirano l'attività degli uffici di Procura ed il lavoro dei magistrati (ad esempio chiarendo il senso e la portata delle "direttive" cui allude l'art. 14 della circolare).

Un cenno infine al tema degli investimenti, rispetto al quale occorre che l'ANM metta costantemente in mora il Governo e la politica affinché forniscano applicativi e dotazioni idonee al funzionamento del processo civile telematico, nella prospettiva che l'irreversibilità della strada intrapresa postula la responsabilità di investimenti adeguati, e affinchè anche rispetto all'informatizzazione del processo penale, siano rispettate le scadenze previste dall'agenda dell'anno della giustizia telematica.

Proprio il PCT abbisogna ancora: 

1) innanzitutto, di serio adeguamento della normativa processuale e delle regole tecniche al nuovo mezzo non più cartaceo, con eliminazione di adempimenti ormai anacronistici, 

2) della razionalizzazione e semplificazione delle disposizioni legislative, regolamentari e tecniche attualmente sparse in una molteplicità di testi normativi e oggetto di incessanti aggiustamenti;

3) di risorse adeguate sia dal punto di vista dell'hardware che del software, tenendo conto che gli operatori non sono e non devono diventare tecnici informatici, e che la semplificazione serve a fare in modo che lo strumento informatico possa veramente essere di supporto alle attività e incombenze processuali e di gestione dei ruoli;

4) di assistenza continua e di formazione attenta e puntuale, in modo da consentire costante aggiornamento, ed evitare che i problemi informatici rallentino invece di accelerare il lavoro quotidiano del magistrato.

In questi ambiti, l'ANM con le sue giunte locali può fungere sia da strumento di verifica che di impulso affinché il processo civile, pur con i numerosi limiti dovuti soprattutto a numeri del contenzioso decisamente elevati rispetto gli altri paesi europei, possa concretamente divenire strumento di risposta sì rapida ma soprattutto appagante per ciascun cittadino che chiede tutela, a cominciare dagli appartenenti alle cd. fasce deboli.

Grazie