Intervento Giunta Distrettuale di Roma

Inaugurazione anno giudiziario 2018

Grazie Signor Presidente e Signor Procuratore Generale,

Rappresentanti delle Istituzioni, Avvocati, colleghi,

porgo a tutti il più cordiale saluto a nome della Giunta dell'associazione nazionale magistrati del distretto di Roma, che è il più grande d'Italia e comprende sia i colleghi in ruolo che i colleghi fuori ruolo. Sono qui a rappresentare i magistrati di tutto il distretto e questo per la Giunta che rappresento è momento di orgoglio.

Desidero rivolgere un saluto agli studenti del Liceo Visconti, oggi presenti, su iniziativa lodevole del CSM, che ha promosso quest'anno la partecipazione degli studenti alle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario in questo giorno che coincide con la Giornata della Memoria, nonché nell'anniversario degli 80 anni dalle leggi razziali e dei 70 anni della nostra Costituzione.

A loro auguro di essere protagonisti della vita sociale e di essere sempre cultori della legalità, della memoria e della storia.

Ho ascoltato con attenzione ed interesse gli interventi di coloro che mi hanno preceduto e che, a vario titolo, hanno illustrato le azioni già intraprese e quelle da intraprendere per migliorare l'efficienza della giustizia nel nostro distretto.

Nonostante ciò, dobbiamo fare constatare che la giustizia non funziona come dovrebbe.

Eppure, i dati sulla produttività sono univoci e noti da tempo: noi magistrati italiani siamo tra i più produttivi d'Europa e in tal senso i magistrati del distretto della Corte di Appello di Roma rientrano appieno in questo trend. In tutti i tribunali del distretto vi è, in larga prevalenza, un rapporto positivo tra processi sopravvenuti e processi definiti, sia in ambito civile che penale, secondo gli ultimi dati rilevati dalla Commissione Flussi.

E allora, occorre prendere atto dell'insufficienza delle politiche governative, di tutti gli schieramenti, che sono state perseguite in questi anni, essenzialmente volte a ridurre la domanda di giustizia, che, ciononostante, anche in sede di appello, è continuata ad aumentare, avendo in realtà radici assai profonde, complesse e risalenti nel tempo, che richiederebbero un approccio strutturale più organico.

Vi è una imponente sproporzione fra i carichi di lavoro e le risorse in campo.

E' tempo di abbandonare l'illusoria speranza che il numero dei processi possa ridursi con un qualche escamotage processuale.

E' una strategia fallimentare.

Un esempio recentissimo è quello sulla proposta di sommarizzazione del rito civile, emendamento, allo stato, dichiarato inammissibile.

Non si può pensare né lasciar passare il messaggio che i tempi del processo dipendano dal rito adottato o dal giudice che non ha saputo gestirne l'andamento. La soluzione non può essere affidata a riforme disorganiche sul rito atte in via esclusiva ad incrementare la definizione dei procedimenti a scapito delle garanzie.

Il punto fondamentale è che il contraddittorio non è solo un ornamento di facciata - peraltro di rilevanza costituzionale - ma costituisce la garanzia affinché il processo si concluda con una decisione il più possibile giusta.

Questo che ho fatto è solo un piccolo esempio. Se ne potrebbero fare molti altri.

Il problema è generale.

Non può più perseguirsi ulteriormente la esclusiva logica aziendalistica dell'aumento della produttività del singolo magistrato, perché da tempo è già stato superato ogni limite di sostenibilità, con conseguenze rischiose per la qualità della giurisdizione e le garanzie dei cittadini.

Il processo è una cosa seria. I diritti dei cittadini, delle persone e delle famiglie sono una cosa seria. Ci vuole tempo, studio e ponderazione per assumere decisioni che hanno una ricaduta immediata sulla società civile.

La funzione giudiziaria, nel significato più pregnante che le attribuisce la Carta Costituzionale e quale fondamentale punto di equilibrio per la tenuta del sistema democratico nel suo complesso, deve fornire, anche e soprattutto, qualità del servizio. E per farlo i magistrati devono avere il tempo di studiare e di aggiornarsi.

L'obiettivo ultimo, dunque, non è quello di alimentare dei "sentenzifici".

Ai dirigenti degli uffici giudiziari chiediamo di non assecondare la logica del chiedere sempre e solo al personale amministrativo e ai magistrati uno sforzo ulteriore.

Il problema è strutturale.  

La mera ridefinizione delle piante organiche, a numero finale di magistrati invariato, è misura insufficiente.

Occorre certamente riempire, e rapidamente, i vuoti attuali dell'organico.

Ma nel lungo termine, la soluzione non potrà che essere l'aumento dei ruoli del personale amministrativo, l'adozione di efficaci riforme strutturali di sistema, anche in chiave deflattiva, unitamente alla piena attuazione delle misure organizzative di supporto all'espletamento dell'attività giurisdizionale, come la definitiva cristallizzazione dell'ufficio per il processo e la generalizzazione del processo telematico.

All'Avvocatura chiediamo sostegno in questo sforzo culturale per difendere con fermezza il valore della qualità della giurisdizione, di una funzione giurisdizionale in grado di attuarsi nella piena dialettica tra le parti in causa.

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo e il processo è giusto se definito in tempi ragionevoli, ma la durata ragionevole non si può barattare con la qualità della giurisdizione, a cui è strumentale.

Lo sforzo deve essere di tutti, anche di noi magistrati.

Ho ascoltato il Vice Presidente del CSM, che ci ha dato un'efficace rappresentazione di quanto fatto dal Consiglio in questo ultimo periodo e che sento di ringraziare per la passione e l'impegno profuso nella sua delicata attività. Al tempo stesso, sento di dover auspicare - a nome dei magistrati del distretto - un organo di autogoverno che alimenti quotidianamente la nostra fiducia e nelle cui decisioni possiamo riconoscerci pienamente.

Vorrei fare solo un cenno ad un tema che ha citato il Procuratore Generale, vale a dire la questione relativa alla pendenza di 38.000 procedimenti penali, che la Procura della Repubblica ha già definito, per la parte di sua competenza in fase di indagini, e per i quali il Tribunale di Roma non riesce a fissare l'udienza di prima comparizione.

Questo perché?

Perché la trattazione di tutti questi processi grava pressoché esclusivamente sui giudici monocratici togati (che sono le stesse persone fisiche che compongono anche il tribunale collegiale) i quali, senza ausilio efficace da parte dei GOT, per mancanza di adeguate misure organizzative in tal senso, e senza altro tipo di ausilio - vista la bassissima percentuale del ricorso a riti alternativi, stante l'elevato numero di prescrizioni in appello, che non incentiva i riti speciali - devono trattare quasi tutti questi processi con giudizio ordinario, dibattimento e cross examination, con dispendio evidente di energie, risorse e tempo, inevitabile.

Si è parlato del recente concorso espletato per l'assunzione di assistenti giudiziari, 800 dei quali giunti negli uffici all'inizio di questo mese. Si tratta di un intervento positivo e che si attendeva da tempo. Ne diamo volentieri atto.

Ma attenzione. Permangono scoperture significative, anche nel nostro distretto e, soprattutto, in molti uffici, vi sono piante organiche del personale amministrativo assolutamente inadeguate, poiché mai aggiornate rispetto alle mutate esigenze nel tempo.

Solo un brevissimo cenno al tema delle condizioni di lavoro, in cui operiamo quotidianamente, problematico ormai da anni, condizioni che non solo non sono dignitose, ma, talvolta, mettono in pericolo l'incolumità degli stessi utenti. Voglio ricordare il gravissimo incidente, accaduto pochi mesi fa ad un pubblico ministero di Roma, causato dal cattivo funzionamento di un ascensore, con gravi conseguenze sulla sua salute. Alla collega esprimiamo tutta la nostra vicinanza.

Ed infine, permettetemi di rivolgere un caloroso saluto ed un sincero augurio di buon lavoro ai magistrati in tirocinio, che si accingono a breve ad assumere le funzioni giudiziarie intraprendendo una professione bellissima, con il raro privilegio di essere soggetti unicamente alla legge e alla propria coscienza, professione che comporta, però, sacrifici e rinunce, soprattutto nelle sedi più difficili normalmente assegnate ai più giovani di noi.

A loro vorrei dedicare quanto ha scritto, più di venticinque anni fa, Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla mafia all'età di 38 anni:

"L'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma è anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella indisponibilità ad iniziative e ad affari, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza".

Queste limpide parole disegnano, anche oggi, il modello professionale di magistrato in cui ci riconosciamo.

Grazie.

Roma, 27 gennaio 2018                       

 

                            Roberta Di Gioia (presidente della Giunta distrettuale ANM di Roma)