Intervento Giunta Distrettuale di Torino

Inaugurazione anno giudiziario 2018

Signor Presidente della Corte di Appello di Torino,

Autorità tutte,

Signore e Signori,

Colleghe e Colleghi

Avvocate e Avvocati

Parlo a nome della Giunta del Piemonte e della Valle d'Aosta dell'Associazione Nazionale Magistrati.

Quest'anno si può dire che qualcosa si è mosso. Ma la situazione, con i dovuti distinguo, rimane grave. Per molti anni si è volutamente trascurata la prospettiva di valide riforme o anche solo fisiologici ricambi di personale. Ora si è cominciato a vedere qualcosa nell'uno come nell'altro caso (le prime assunzioni dopo decenni di personale amministrativo, leggi cautamente deflattive). Sono passi nella giusta direzione ma sono pochi passi e spesso incerti. Perciò il nostro atteggiamento continua ad essere vigile e giustamente preoccupato, nell'ottica di voler lavorare meglio, lavorare per un miglior servizio ai cittadini ed  una reale difesa dei loro diritti in sede civile come penale.

Continua ad esserci un divario tra la società civile ela Magistraturaperché non si riesce ad offrire quell'efficienza legittimamente richiesta dai cittadini per la costante e cronica mancanza di mezzi, inefficienza che nell'opinione pubblica viene addebitata all'attività dei magistrati.

La realtà è che la società civile non conosce le difficoltà in cui noi lavoriamo e tende a confondere il requisito dell'indipendenza, tassello fondamentale di una magistratura autonoma dagli altri poteri dello Stato, con quello negativo del corporativismo. E' frequente sentir dire che "i Magistrati sono una casta ricca di privilegi che lavora poco".

L'analisi compiuta dalla Commissione Europea per l'Efficacia della Giustizia (CEPEJ) ha rilevato che i Magistrati italiani sono tra i più produttivi a livello europeo. L'efficienza di un sistema giudiziario dipende però da numerose variabili che sono i flussi, le procedure e l'organizzazione dell'apparato nel suo complesso. Noi possiamo lavorare tantissimo ma, se siamo in pochi e con mezzi scarsi, non riusciremo comunque a soddisfare adeguatamente le richieste di giustizia.

Il nostro Distretto è considerato tra i più virtuosi e fortunati d'Italia per la produttività, per l'efficienza, per la qualità del lavoro e per l'ottimo rapporto esistente i tra Avvocatura e Magistratura.

Questa fama, seppure lusinghiera, non significa che da noi tutto funzioni. Soprattutto il settore penale sta vivendo un momento di estrema difficoltà. La sempre maggiore burocratizzazione del lavoro, la carenza fisiologica di personale amministrativo (vedremo l'effetto della ammissione di 1000 unità nel personale giudiziario amministrativo), l'insufficienza di magistrati rispetto alla domanda, si può dire, "patologica" di giustizia, interventi legislativi continui e frammentari che entrano in vigore preferibilmente nel mese di agosto o nel periodo natalizio, ruoli, soprattutto nelle Procure, ingestibili e circondari come quello di Ivrea con organico del tutto inadeguato al carico di lavoro sono tutti fattori che rendono il lavoro del magistrato un percorso ad ostacoli.

Anche in sede di autogoverno del Consiglio Superiore della Magistratura vi è un vivo confronto nella magistratura associata sui temi della valutazione delle professionalità e del conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi, tema delicato e complesso, finalizzato a garantire la miglior gestione possibile del nostro lavoro.

Indubbiamente oggi i capi degli uffici sono gravati da un carico di incombenti di natura manageriale che li distoglie dalla effettiva organizzazione della giurisdizione. Riconoscendo la necessità di un attento monitoraggio del lavoro degli uffici giudiziari, bisogna però evitare di trasformare le Corti di Appello, i Tribunali e la Procure tutte in imprese in quanto "l'amministratore delegato", cioè il capo dell'ufficio, non può regolare l'afflusso di lavoro, non può gestire alcuna risorsa economica e non ha alcun potere sul personale. Un recente esempio deriva dalla novella legislativa dell'anno scorso sulla magistratura onoraria. I capi degli uffici hanno dovuto presentare entro il 31 dicembre passato le relative denunce per la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, trovandosi ad essere considerati "legali rappresentanti" degli uffici da loro diretti.

La giustizia non è e non può essere un'impresa.

Venendo al nostro territorio, la giustizia civile non presenta in linea generale le criticità, anche in grado di appello, che caratterizzano altri Distretti. Tuttavia almeno due settori sono in sofferenza: l'immigrazione e il diritto di famiglia e delle persone.

L'istituzione per legge (D.L: 13/17 convertito con L. 46/2017) presso i Tribunali distrettuali delle sezioni specializzate per l'immigrazione e protezione internazionale, senz'altro opportuna vista l'emergenza sociale della materia, non è stata accompagnata da un aumento della pianta organica né dei Magistrati né del personale amministrativo come se i settori del civile tradizionale fossero scomparsi. In sostanza sono sempre gli stessi giudici che si dividono tra una sezione e l'altra. La coperta è corta e, ovunque la si tiri, si scopre un pezzo.

Nell'ambito del diritto di famiglia il lavoro è in costante aumento a causa del sempre maggior numero di separazioni e quindi di divorzi, della competenza ereditata dal Tribunale per i minorenni in materia di affidamento dei minori di genitori conviventi e dell'invecchiamento della popolazione con conseguente aumento di interdizioni e amministrazioni di sostegno.

Il legislatore, attraverso l'introduzione della negoziazione assistita per separazioni e divorzi, ha cercato di alleviare il lavoro dei giudici civili ribaltando però l'onere sulle Procure della Repubblica, attribuendo tra l'altro a questi uffici una sorta di potere giurisdizionale che è proprio del giudice e non del pubblico ministero.

L'attuazione del processo civile telematico sta richiedendo un notevole impegno da parte sia dei magistrati sia del personale amministrativo.

La giustizia penale è pressochè in agonia.La Cortedi Appello, nonostante il notevole e meritevole impegno dell'ultima Dirigenza, continua a naufragare nell'arretrato, i Tribunali, soprattutto quello di Torino, sono all'affannosa ricerca di un'organizzazione che permetta di celebrare i dibattimenti non in tempi brevi ma almeno non apocalittici, le Procure devono trovare il modo di limitare al massimo l'esercizio dell'azione penale al fine di non affossare definitivamente il dibattimento e fronteggiare un numero spropositato di notizie di reato, numero non gestibile con le forze a disposizione.

A fronte di questa situazione in epoca recente il legislatore, anche grazie alle battaglie condotte dall'A.N.M., è intervenuto con varie riforme, quali la speciale tenuità del fatto, la messa alla prova, la condotta riparatoria, una depenalizzazione molto mite, l'ampliamento della procedibilità a querela nei reati contro la persona e contro il patrimonio, la riforma della prescrizione, la riforma dei reati ambientali con possibilità di conclusione in via amministrativa, con lo scopo di decongestionare il sistema.

Apprezziamo tali interventi, la cui ricaduta è ancora tutta da vedere, interventi che però mancano di una visione più generale del malfunzionamento della giustizia penale, malfunzionamento che trova la sua base nella sproporzione tra le notizie di reato da istruire e di conseguenza dei processi da celebrare e le forze in campo.

La procedura penale va rivista. Il processo, in nome dell'oralità e della parità delle parti, è diventato un percorso ad ostacoli ricco di formalismi che nulla hanno a che vedere con le garanzie processuali.

Venerdì 19 gennaio 2018 Il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame definitivo, il decreto legislativo in materia di giudizi d'impugnazione, in attuazione della delega contenuta nella Riforma Orlando (legge 23 giugno 2017, n. 103, recante "Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario"). Esso mira alla deflazione del carico giudiziario mediante la semplificazione dei procedimenti di appello e di cassazione.

Pur non essendo ancora stata possibile una lettura approfondita del testo, emerge l'assenza sia in sede di legge delega sia in sede di decreto legislativo di quella riforma da noi tanto auspicata e cioè l'eliminazione in appello del divieto della "reformatio in peius", riforma fondamentale per incidere sul numero delle impugnazioni. Si legge invece dell'ennesima limitazione dei casi di appello da parte del Pubblico Ministero e della rivisitazione dell'appello incidentale, che parrebbe escluso per il P.M.. Insomma una riforma che non pare potrà avere i risultati auspicati se non quello di sbilanciare in secondo grado le parti a favore dell'imputato con immutato impegno delle Corti di Appello.

Le riforme, ben volute anche se frammentarie, dovrebbero tener conto della ric

aduta di maggior lavoro sugli operatori della giustizia:

- La previsione di nuovi oneri di notifiche alle parti processuali dovrebbe considerare che qualcuno quelle notifiche le deve fare;

- L'abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari e delle case di cura e custodia e l'istituzione delle REMS, nella realizzazione concreta del tutto insufficienti, sarebbe dovuta essere accompagnata se non preceduta da una rivisitazione generale delle misure di sicurezza;

- L'imposizione ai pubblici ministeri di esercitare l'azione penale o di chiedere l'archiviazione entro tre mesi dalla scadenza del termine massimo delle indagini avrebbe dovuto avere come presupposto la consapevolezza del carico di lavoro di questi: con 1000 fascicoli, se non di più, nella stanza è impossibile rispettare su tutti i termini di legge anche qualora venisse prevista la pena di morte come sanzione. 

Ad ogni buon conto, rispetto all'inerzia del passato, si stanno facendo passi in avanti ma, va detto, non aggredendo il cuore del problema e cioè forze umane e mezzi del tutto insufficienti.

Un'ultima piccola vis polemica. Abbiamo assistito nell'ultimo anno con preoccupazione alla raccolta delle firme agli ingressi degli uffici giudiziari per un referendum sulla separazione delle carriere da parte delle Camere Penali, tema che si pensava essere stato superato.

Al di là degli inopportuni slogan pubblicitari che il Comitato Promotore ha proposto ai cittadini sul sito www.separazionedellecarriere.it con paragoni ad arbitraggi nelle partite di calcio o a legami di amicizia che intaccherebbero la terzietà del giudice, ciò che allarma è il contenuto della riforma costituzionale proposta, riforma che mira a rendere discrezionale l'azione penale o meglio ad attribuire al legislatore tale discrezionalità, all'ingresso in magistratura a tutti i livelli senza concorso di soggetti esterni, alla perdita di garanzie ordinamentali del pubblico ministero ed alla modifica della composizione del C.S.M. aumentando il numero dei componenti laici su nomina del Parlamento.

Sono proposte che minano la natura della giurisdizione e fanno scempio del disegno costituzionale attuale, portando ad una magistratura non più soggetta solo alla legge ma asservita e non indipendente. Ciò costituisce un grave pericolo per i cittadini, i quali non avranno più davanti un giudice e un pubblico ministero che mirano solo all'accertamento della verità e all'applicazione della legge, ma due impiegati statali che cercheranno di raggiungere degli obiettivi aziendali , quali che siano, nonché, in definitiva, un grave danno per il sistema democratico del paese.

Quello a cui noi teniamo è l'indipendenza che si ha solo con l'unitarietà della Giurisdizione per evitare il rischio che il Pubblico Ministero, separato dal Giudice, possa scivolare sotto il controllo dell'esecutivo. La separazione dei poteri dello Stato è il sale dello Stato di Diritto e della democrazia.

Noi siamo e vogliamo rimanere sottoposti solo alla legge anche quando non la condividiamo. Questo è il nostro lavoro da svolgere con serietà, dedizione e discrezione ma anche, lasciatecelo dire, con passione.

Grazie

Il Presidente della Giunta sezionale per il Piemonte e la Valle d'Aosta dell'A.N.M.

                                                         Dionigi Tibone