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Magistratura e politica - Articolo di Liana Milella su Repubblica del 28/01/2018

L'articolo pubblicato sulla prima pagina di Repubblica suggerisce brevi considerazioni sui rapporti tra politica e magistratura. Viene,in particolare rilevato che " i giudici non sono più il fiore all'occhiello della politica ,soprattutto del P.D.,   che rinuncia alle toghe in lista; volano in basso nei sondaggi sul gradimento della gente; non hanno più il peso di prima nel valutare le leggi (vedi le riforme delle intercettazioni e della prescrizione); su di loro incombe la responsabilità e, nel sentire comune, la colpa per i processi troppo lenti; non sono più liberi di parlare per la minaccia concreta di una azione disciplinare (vedi il caso Woodcok); i vertici della cassazione e dei singoli uffici giudiziari impegnati nella inaugurazione dell'anno giudiziario invitano i colleghi al massimo riserbo abbandonando l'uso dei social; non sono più neppure liberi di candidarsi e poi di tornare al proprio lavoro cosa pur garantita dalla costituzione, perché ormai nel comune sentire per i magistrati le porte girevoli non sono più garanzia di imparzialità; più che un conflitto tra giudici e politici chiuso consensualmente sembra una sconfitta dei primi arresi ai secondi, si sono lasciati alle spalle il resistere, resistere, resistere del p.g. Borrelli e rischiano di presentarsi nudi e privi di alleati all'appuntamento del nuovo governo con possibile separazione delle carriere.
                                                
La tesi di fondo dell'articolo sembra essere quella di un indebolimento e di una normalizzazione della magistratura nei confronti della politica.                                                                                                                  
La prima osservazione, ovvia ma necessaria, è che magistratura e politica, o per meglio definire i termini della questione,legislativo ed esecutivo hanno nell'impianto costituzionale posizioni istituzionali, competenze ed aree di intervento nettamente distinte, così come nettamente distinti sono i fini ed i mezzi  perseguiti.  Su un piano e in una prospettiva del tutto diversa si pone la situazione dei magistrati prestati alla politica. Si tratta di cittadini che lasciano la toga e si dedicano ad altri compiti, pur di grande rilievo, ma che nulla hanno in comune con la giurisdizione. E' un dato acquisito che il numero dei magistrati che passano alla politica è in netta diminuzione. Non si tratta però di un segno di debolezza della magistratura, come viene talora prospettato in una visione che tende ad assimilare la magistratura ad una sorta di forza politica parallela. Si può, al contrario, parlare di  un rafforzamento del ruolo e delle funzioni della magistratura nel delicato equilibrio costituzionale che la stessa è chiamata a svolgere.

Il controllo di legalità, è bene ricordarlo, viene esercitato non in via generale in forza di una improbabile e impropria delega, ma nell'ambito dei singoli procedimenti per l'accertamento delle responsabilità individuali. Va poi ricordato che i magistrati godono delle garanzie di libera manifestazione del pensiero, di inamovibilità e di altre guarentigie in una posizione di assoluta indipendenza garantita dalla Carta Costituzionale. Lo status complessivo impone, peraltro, a garanzia della funzione esercitata, alcune limitazioni al fine di evitare che possa essere messa in discussione la terzietà  e l'indipendenza interna ed esterna dei magistrati. La sobrietà dei comportamenti e delle esternazioni è uno dei mezzi per garantire indipendenza e terzietà. In questo quadro si colloca la piena libertà garantita ai giudici, come a tutti i cittadini, di  candidarsi e poi rientrare nei ruoli della magistratura. Proprio per la delicatezza e complessità della problematica sono state prospettate possibili ipotesi di modifica legislativa che riguardano non la possibilità per i magistrati di candidarsi, ma il rientro nei ruoli della magistratura. Nulla è stato deciso in concreto e le eventuali modifiche saranno oggetto di esame da parte del prossimo Parlamento.  Per quanto attiene al gradimento della gente sui giudici è noto che i magistrati sono scelti per concorso e non su base elettiva come in altri ordinamenti. La funzione che i giudici svolgono impone il rispetto e l'attuazione della legge anche se la decisione non sempre è in linea con le aspettative e il favore popolare.     La lentezza dei procedimenti costituisce il male endemico della giustizia. Il fenomeno è risalente e ,senza escludere possibili eventuali responsabilità di singoli giudici, è il frutto di una serie di fattori tra cui principalmente l'inadeguatezza del quadro legislativo. Non a caso, come riportato nell'articolo, il Procuratore Generale della Cassazione Riccardo   Fuzio  ha definito la riforma della prescrizione una riforma parziale e non di  sistema. A sua volta il Procuratore Generale di Torino Saluzzo ha espresso riserve in materia di intercettazioni per l'individuazione delle telefonate non rilevanti operata in concreto dalla polizia giudiziaria. Andrebbero anche valorizzati i contributi  relativi a vari provvedimenti legislativi forniti dal Consiglio superiore della Magistratura, organo di rilevanza costituzionale. 
In conclusione, non sembra rispondere alla fisiologia costituzionale dei rapporti tra magistratura e legislativo ed esecutivo, come espressione della politica, una concezione antagonista e conflittuale dei rapporti tra organi diversi. Le rispettive funzioni vanno esercitate secondo quanto prescrive la Carta Costituzionale: alla magistratura la giurisdizione e l'esercizio obbligatorio dell'azione penale, al legislativo e all'esecutivo, e per essi alla politica, le attribuzioni primarie che loro competono nel rispetto delle leggi vigenti e delle norme e dei principi costituzionali che orientano in particolare l'attività del legislatore. 
     
Nello Stabile