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L'ipotesi del mancato pagamento del pedaggio autostradale mediante l'impiego di tecniche truffaldine: truffa, insolvenza fraudolenta o mero illecito amministrativo?

Approfondimento

SOMMARIO:

1. Il caso controverso; 2. Le tre possibili soluzioni prospettate in dottrina e giurisprudenza; 3. Le ragioni ostative alla configurabilità del delitto di truffa; 4. Le difficoltà relative all'accertamento in concreto del reato insolvenza fraudolenta; 5. L'opzione residuale: l'illecito amministrativo di cui all'art. 176 co. 17 C.d.S.

 

1. IL CASO CONTROVERSO

   Nelle aule penali dei Tribunali Italiani ormai da anni gli operatori del diritto si confrontano con un caso ricorrente, di non agevole soluzione giuridica: quello del conducente del veicolo che, in un dato lasso di tempo, effettua numerosi transiti sulla rete autostradale omettendo - in forza di un comportamento truffaldino - di corrispondere il relativo pedaggio alla società concessionaria (in particolare, l'agente, dopo aver ritirato il tagliando al casello d'ingresso, raggiunte le stazioni di uscita, si accoda agli automobilisti in transito presso le piste riservate al pagamento tramite telepass - senza essere munito di tale mezzo elettronico di pagamento - riuscendo a superare la barriera prima dell'abbassamento della sbarra);

 

2. LE TRE POSSIBILI SOLUZIONI PROSPETTATE IN DOTTRINA E GIURISPRUDENZA

    Come anticipato, la qualificazione giuridica delle condotta illecita testè descritta rappresenta una questione di non agevole e univoca soluzione, sussistendo al riguardo tre diversi orientamenti: secondo un primo indirizzo (condiviso da una parte minoritaria della Cassazione: da ultimo vedi Cass. pen., sez. II, 7.10.2012, n. 44140) detta condotta sarebbe infatti sussumibile nell'alveo della disposizione incriminatrice di cui all'art. 640 c.p., sub specie di truffa contrattuale; altro orientamento (prevalente nella giurisprudenza di legittimità: Cass., sez. II, 8 ottobre 1997, Patti; Cass., sez. II, 4 luglio 2000, Iacono; Cass., sez. II, 18 gennaio 2002, Rau; Cass., sez. II, 11 ottobre 2002, Morganti; Cass., sez. II, 15 maggio 2003, Papetti; Cass., sez. II, 5 maggio 2005, Arrabito; Cass., sez. II, 6 marzo 2008, Petruzzellis; 2016 n. 11686; Cass. 2015 n. 39887), pur riconoscendo disvalore penale alla condotta in discorso, ritiene invece sussistente il delitto di cui all'art. 641 c.p.; un ultimo indirizzo (prevalente in dottrina e condiviso da una parte della giurisprudenza di merito) qualifica infine detta violazione quale mero inadempimento contrattuale integrante, ai sensi dell'art. 176 co. 17 C.d.S., gli estremi dell'illecito amministrativo.

   Il vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale sviluppatosi sul punto a partire dagli anni'90 (solo apparentemente risolto dall'intervento nel 1997 dalla sentenza n. 7738 delle Sezioni Unite di Cassazione) impone di individuare preliminarmente i tratti distintivi delle tre fattispecie giuridiche (penali e non) sopra menzionate.     

    Il delitto di truffa (rectius: di truffa contrattuale) costituisce un reato contro il patrimonio (realizzato mediante la cooperazione della vittima) nel quale uno dei due contraenti pone in essere artifizi o raggiri (aventi ad oggetto anche aspetti negoziali collaterali, accessori o esecutivi del contratto risultati però rilevanti al fine della conclusione del negozio giuridico) mediante i quali riesce a trarre in inganno la controparte, la quale viene dunque indotta a prestare un consenso che, altrimenti, non avrebbe prestato (cfr. Cass. 2014 n. 18778).

Trattasi, in altre parole, di fattispecie in cui il profilo della cooperazione della vittima appare particolarmente accentuato, tanto che l'atto di disposizione patrimoniale compiuto dalla stessa deve essere causalmente determinato dall'errore indotto dall'agente.

   Il reato di insolvenza fraudolenta rappresenta, invece, una figura per così dire "mediana" (tra il più grave reato di truffa ed il mero inadempimento contrattuale) mediante la quale vengono sanzionati comportamenti illeciti che, sia pur fraudolenti, non appaiono idonei ad integrare gli artifici e raggiri tipici della truffa.

Nell'ipotesi di cui all'art. 641 c.p. si è infatti in presenza di una forma "minore" di inganno, per effetto del quale l'agente (debitore) non induce in errore il soggetto passivo (creditore), ma si limita a mantenerlo in tale stato facendo leva sull'affidamento che quest'ultimo nutre nella solvibilità di esso agente  e ciò, soprattutto, nel settore degli affari di modesto valore economico, rispetto ai quali le prassi contrattuali inducono ovviamente più facilmente a disporre senza una previa accurata indagine sulla situazione economica della controparte (sul punto cfr. Cass. pen., SS.UU., 9.7.1997, n. 7738, rv. 208219: "l'essenza della frode nel reato di cui all'art. 641 cod. pen. postula che, al momento della stipulazione, come giudizio di verosimiglianza, il creditore confida nella solvibilità del debitore. Tale convincimento, derivante dalla prassi commerciale o dall'abituale modo di svolgersi di determinati tipi di affari e di convenzioni negoziali tanto più facilmente può formarsi - trovando ingresso al riguardo le massime di esperienza - quanto più modesta sia l'entità economica del negozio. Deve pertanto ritenersi che la dissimulazione attenga ad un convincimento, precostituito, del creditore di solvibilità del debitore riflettente un dato di conoscenza o di costume che lo qualifica come un affidamento ben riposto").

Siffatta "dissimulazione" può sostanziarsi anche in una condotta passiva qualora la stessa - pur senza assumere le caratteristiche degli artifici o dei raggiri - sia idonea a guadagnare la fiducia del soggetto passivo, così da vincere la sua normale diligenza nei rapporti contrattuali e metterlo in condizione di non rendersi conto dello stato di insolvenza dell'agente/debitore: è dunque sufficiente anche il mero silenzio in ordine alla propria condizione di insolvenza, purchè lo stesso sia legato al preordinato proposito di non adempiere alle obbligazioni assunte ed il predetto stato di insolvenza non sia noto alla controparte (così Cass. pen., SS.UU., cit.).

Diversamente dall'illecito amministrativo di cui all' art. 176 co. 17 C.d.s. (il quale presuppone il solo fatto dell'inadempimento contrattuale), il delitto di insolvenza fraudolenza richiede peraltro - per espressa scelta di politica criminale - la contestuale presenza di quattro elementi costitutivi: lo stato di insolvenza dell'agente, la dissimulazione di tale stato, l'assunzione dell'obbligazione col proposito di non adempierla e l'inadempimento.

Il legislatore penale, infatti, non ha inteso sanzionare il mero inadempimento contrattuale (sia pure preordinato e caratterizzato fin dall'inizio dal proposito del debitore di non adempiere la prestazione a suo carico), ma solo quello (preordinato all'inadempimento) posto in essere dal soggetto insolvibile.

La linea di demarcazione tra repressione penale e disciplina civilistica non è dunque segnata dalla nota di fraudolenza in sé della condotta di dissimulazione quanto, piuttosto, dalla condizione di insolvibilità di chi pone in essere detta condotta: il soggetto solvibile che decide intenzionalmente di non adempiere, sia pur nascondendo tale proposito, è infatti comunque in grado di risarcire il danno contrattuale, mentre quello insolvibile, oltre a non voler adempiere, è incapace di provvedere al risarcimento col proprio patrimonio (sicché gli strumenti ordinariamente apprestati dal diritto civile risultano inefficaci nei suoi confronti) e, tuttavia, tenendo celata la propria condizione alla controparte, le impedisce una corretta valutazione dei rischi dell'affare, ledendo in questo modo l'affidamento che la stessa ripone nella solvibilità di esso debitore, circostanza - quest'ultima - che giustifica dunque il ricorso allo strumento della sanzione penale.

Della necessità di un collegamento tra il proposito di non adempiere e la condizione di insolvibilità del debitore è del resto ben consapevole la giurisprudenza di legittimità, la quale - oltre a valorizzare il requisito dello stato di insolvenza proprio con riferimento alla fattispecie dell'omesso pagamento di pedaggio autostradale (cfr. SS.UU., n. 7738/97 cit.) - ha, su un piano generale, puntualizzato che il preordinato proposito di non adempiere all'obbligazione assunta deve essere funzionalmente collegato allo stato di insolvenza (dissimulato), trattandosi di un dato testuale insuperabile che concorre a definire lo schema tipico del reato di cui all'art. 641 c.p. (così Cass. pen., sez. II, 13.12.2011, n. 46903, rv. 251455).

    Il rapporto esistente tra l'art. 641 c.p. e l'art. 176 co. 17 C.d.S. è peraltro di sussidiarietà (non già di specialità): la clausola di riserva ("salvo che il fatto costituisca reato") contenuta nell'incipit del citato art. 176 esclude infatti l'esistenza di un concorso di norme prevedendo, piuttosto, l'applicazione della sanzione amministrativa nella sola ipotesi in cui non sussistano i presupposti per l'applicazione di quella penale; pertanto, nel caso di cui si discute, la fattispecie del mancato pagamento del pedaggio autostradale risulta astrattamente sussumibile sia nell'alveo dell'illecito amministrativo sopra indicato che nella figura criminosa di cui all'art. 641 c.p., spettando dunque al giudice del merito accertare, di volta in volta, se sussistano in concreto i presupposti per l'applicabilità della disposizione incriminatrice ovvero solo quelli dell'illecito di cui all'art. 176 C.d.s. (cfr. Cass. pen., sez. II, 6.3.2008, n. 11734, rv. 239750; sez. II, 7.10.2012, n. 44140, ric. S.C.; SS.UU., n. 7738/97 cit.).

 

3.LE RAGIONI OSTATIVE ALLA CONFIGURABILITÀ DEL DELITTO DI TRUFFA

A parere di chi scrive, la decisione dell'ente concessionario del tratto autostradale di addivenire alla stipula del contratto e la successiva esecuzione della prestazione a suo carico non costituiscono l'effetto di artifici o raggiri posti in essere ai suoi danni dal conducente del veicolo (debitore).

Il contratto avente ad oggetto il transito lungo la rete autostradale si perfeziona infatti quando il privato, superando il casello di ingresso e ritirando il biglietto distribuito dagli apparecchi automatici, manifesta per fatti concludenti la volontà di accettare la proposta contrattuale della società concessionaria.

Come infatti precisato dalle SS.UU. della Suprema Corte di Cassazione (1997 n. 7738), il rapporto tra la società concessionaria e l'utente autostradale si configura come un'offerta al pubblico mediante installazione del distributore automatico di biglietti da parte della prima, accettata del secondo con il comportamento tacito concludente del ritiro del biglietto e con l'inserzione automatica, ai sensi dell'art. 1339 c.c., del prezzo del servizio in base alle tariffe predeterminate dalla legge o da provvedimento amministrativo.

Ebbene, rispetto al rapporto così ricostruito, la prestazione a carico della società creditrice consiste nel consentire all'utente il passaggio non frazionato lungo la rete autostradale, obbligazione questa patrimonialmente rilevante nella quale più correttamente si sostanzia l'atto di disposizione compiuto dal creditore; il pedaggio cui è tenuto l'utente funge, invece, da corrispettivo per l'uso dell'autostrada, atteggiandosi quale controprestazione a carico del privato.

Ne discende che quando l'utente, dopo aver percorso il tratto autostradale d'interesse, si inserisce nella corsia Telepass senza essere munito dell'apposita apparecchiatura (accodandosi al veicolo che lo precede per guadagnare l'uscita) il contratto con la società concessionaria è già stato concluso e quest'ultima ha anche già eseguito la prestazione a suo carico, confidando (per effetto della dissimulazione) nella solvibilità del debitore.

Stando così le cose, al momento della stipula del contratto ai sensi dell'art. 1339 cc., alcun artificio o raggiro appare individuabile nel comportamento tenuto dal conducente (del tutto identico a quello degli altri automobilisti), sicché l'atto di disposizione compiuto dalla Società Autostrade (consistente nel consentire il transito dell'automobilista) non appare eziologicamente collegato ad una condotta truffaldina del privato, in quanto quest'ultima verrà posta in essere solo successivamente. 

Né può attribuirsi dirimente rilievo al silenzio serbato dal conducente - al momento dell'immissione in autostrada - circa la sua intenzione di non adempiere l'obbligazione: tutte le sentenze che hanno infatti qualificato come "artificio o raggiro" il silenzio serbato dal soggetto gravato di un obbligo giuridico di comunicazione (cfr., per tutte, Cass. pen., Sez. II, 14.10.2009, n. 41717) hanno sempre fatto riferimento all'aver taciuto circostanze oggettive quali l'esistenza di un'ipoteca o di vizi nella cosa venduta o l'assenza delle condizioni legittimanti un'erogazione di denaro, mentre, nel caso di specie, si è in presenza di un comportamento meramente silente, non accompagnato da alcuna circostanza ulteriore idonea a qualificarlo nei termini degli artifici o raggiri.

In conclusione, allorquando l'agente pone in essere la condotta fraudolenta - accodandosi al veicolo che lo precede con le modalità più volte descritte -  egli ha ormai già fruito del servizio, sicché il comportamento ingannevole dallo stesso tenuto (quand'anche lo si volesse ricondurre alla categoria degli artifici o raggiri) attiene alla fase esecutiva dell'obbligazione a suo carico e, come tale, risulta inidoneo ad indurre in errore la controparte, la cui prestazione è già stata interamente eseguita.

Né, si badi, appare possibile individuare l' atto di disposizione patrimonialmente rilevante ex art. 640 c.p. nel fatto di consentire al conducente (inadempiente) l'uscita dalla sede autostradale: in questa fase, infatti, la vittima, oltre a non poter reagire all'inadempimento del conducente rifiutandosi di eseguire la prestazione a suo carico (ormai già compiuta), nemmeno può rifiutarsi di aprire la sbarra, trattandosi di uno strumento di autotutela non previsto dal codice civile, non contemplato nel regolamento contrattuale di godimento del servizio autostradale (che prevede unicamente la consegna all'utente inadempiente del c.d. rapporto di mancato pagamento con facoltà di effettuare il versamento entro un certo termine) e suscettibile, addirittura, di integrare - a carico del personale addetto alla sorveglianza che ponesse in essere un simile abuso - gli estremi del reato di cui all'art. 610 c.p.

 

4.LE DIFFICOLTÀ RELATIVE ALL'ACCERTAMENTO IN CONCRETO DEL REATO DI INSOLVENZA FRAUDOLENTA

Di più complessa soluzione risulta invece il quesito relativo alla sussumibilità del fatto in esame nel reato di cui all'art. 641 c.p.

    Il conducente del veicolo ha infatti senza dubbio contratto un'obbligazione pecuniaria (che, per la natura della prestazione erogata dall'ente gestore della rete autostradale, si conclude per facta concludentia: l'ente eroga infatti la propria prestazione prima di riceverne il corrispettivo, confidando che questo sarà versato dall'automobilista) - rimasta successivamente inadempiuta - col deliberato proposito di non adempierla: la frequenza ed il numero di transiti autostradali effettuati senza corrispondere alcunché alla p.o. (unitamente alla circostanza che sovente, in relazione al medesimo veicolo, risultano già accumulati precedenti debiti relativi all'omesso versamento di pedaggio autostradale mai onorati) dimostrano infatti che, al momento di assumere la nuova obbligazione, fosse già maturo nell'agente il proposito di non adempiere la prestazione dovuta.

   Al fine di concludere detto negozio giuridico,  l'agente, all'atto dell'immissione in autostrada, ha inoltre realizzato una condotta astrattamente dissimulatoria del proprio (eventuale) stato di insolvenza: pur non avendo infatti indotto in errore il soggetto passivo sulla propria solvibilità, col suo silenzio ha provveduto a mantenere quest'ultimo nello stato di errore/ignoranza in cui lo stesso si trovava in base ad un proprio convincimento precostituito (fondato su un dato di conoscenza o di costume che induce a riporre legittimamente affidamento sulla solvibilità del debitore che si presenti all'ingresso del casello autostradale a bordo di un veicolo), alterandone così la buona fede ed impedendogli di cogliere la reale posizione economica di esso utente.

Invero, non appare condivisibile l'opinione di coloro i quali, nel caso di specie, escludono a priori, in ragione delle particolari modalità di assunzione dell'obbligazione  (contratta in modo automatico, mediante prelievo di un biglietto dall'apposito distributore posto all'ingresso dell'autostrada senza l'interazione con una persona fisica), la sussistenza di una possibile condotta dissimulatoria per l'assenza di un destinatario/persona fisica capace di rilevarla e del quale possa essere carpita la fiducia e, ciò, per due ordini di ragioni: anzitutto perché si tratta di un argomento che, per così dire, "prova troppo", in quanto l'affidamento contrattuale è  un principio di carattere generale che regola, nell'interesse dei consociati, tutte le operazioni commerciali (a prescindere dalle specifiche modalità di conclusione delle stesse) ed, in particolar modo, quelle di valore economico più modesto, rispetto alle quali le prassi contrattuali inducono più facilmente a disporre senza una previa accurata indagine sulla situazione economica della controparte; in secondo luogo perché le specifiche modalità di assunzione automatica dell'obbligazione previste nel caso di ingresso in autostrada non appaiono ontologicamente incompatibili con l'adozione di una condotta dissimulatoria (e difatti, nel caso di specie, la dissimulazione risulta disvelata dall'evidente mala fede del conducente, il quale, ove si fosse effettivamente reso conto, solo nel corso del tragitto, di essere sprovvisto del denaro necessario a pagare il pedaggio autostradale, lo avrebbe certamente rappresentato - all'ingresso o, comunque, all'uscita del tratto di strada a pagamento - al personale di sorveglianza invece di compiere la condotta dinnanzi descritta, la quale rende invece "significativo" il silenzio dallo stesso serbato al momento dell'ingresso in autostrada).

 Ciò che tuttavia difetta, nel caso di specie, è la prova dello stato di insolvenza del debitore (elemento costitutivo del reato del quale non sembrano essersi invero occupate quelle sentenze della Suprema Corte di Cassazione che hanno ravvisato, nel caso in discorso, il reato di cui all'art. 641 c.p.).

Al riguardo giova infatti ricordare che:

- la condizione di insolvenza va intesa in senso ampio quale "mancanza attuale, totale o parziale, assoluta o relativa, della possibilità di pagare", con la conseguenza che deve considerarsi insolvente anche un soggetto non nullatenente in assoluto, ma sprovvisto di denaro al momento dell'ingresso in autostrada (per tutte cfr. SS.UU., n. 7738/97 cit.).

- detta condizione deve essere oggetto di specifica  prova da parte del P.M., non potendosi far discendere l'affermazione dell'impossibilità di adempiere da una mera presunzione dello stato di insolvenza (in particolare, non appare possibile desumere la condizione di insolvibilità del debitore dal solo dato dei plurimi passaggi fraudolenti nelle corsie Telepass, trattandosi di circostanza idonea a dimostrare il carattere preordinato dell'inadempimento, ma non l'oggettiva impossibilità da parte dello stesso di adempiere l'obbligazione, risultando anzi verosimile l'ipotesi contraria e, cioè, che egli abbia deliberatamente deciso di non pagare nel convincimento di non essere individuato o, comunque, di potersi agevolmente sottrarre alle conseguenze dell'inadempimento).

Inoltre rappresenta un dato di comune esperienza che chi si pone in viaggio a bordo di un veicolo deve normalmente far fronte a spese di cibo e di carburante ben più elevate del costo comunque modesto del pedaggio, il che fa presumere che il relativo inadempimento non sia stato causato da una mancanza (anche contingente) dei mezzi per fare fronte al pagamento, ma dalla semplice volontà di non adempiere, presunzione - questa - che può essere vinta solo nei casi in cui la condizione di insolvibilità del debitore risulti univocamente dagli atti [ad es. nell'ipotesi in cui il conducente inadempiente venga fermato all'uscita del casello e sottoposto ad un controllo in ordine alla relativa solvibilità; ovvero nel caso in cui, giunto al casello d'uscita, l'utente dichiari all'esattore del servizio di essere impossibilitato ad adempiere l'obbligazione pecuniaria precedentemente assunta e si faccia rilasciare il cd. rapporto di mancato pagamento del pedaggio (in tal senso Cass. 2016 n. 11686); o ancora, nel caso in cui il mezzo di pagamento utilizzato - assegno bancario o altro titolo di credito -  non vada a buon fine per incapienza del relativo conto corrente]; in tutti gli altri casi (tra i quali figura quello in esame), invece, la mera circostanza che l'agente abbia accumulato debiti derivanti dal mancato pagamento dei pedaggi non può  considerarsi in sé sufficiente ad inferire che egli si trovasse nell'obiettiva impossibilità di adempiere in tutto o in parte l'obbligazione contratta, dovendosi altrimenti ipotizzare che in tutti gli episodi di mancato pagamento il conducente non avesse con sé il denaro per pagare il rifornimento di carburante, il prezzo di un pasto, oltre a quello necessario per sostenere le spese nel luogo di destinazione, il che appare francamente poco plausibile.

 

5. L'OPZIONE RESIDUALE: L'ILLECITO AMMINISTRATIVO DI CUI ALL'ART. 176 CO. 17 C.D.S.

Alla luce delle considerazioni espresse, deve pertanto ritenersi che la condotta del "conducente che si accodi, in prossimità della stazione d'uscita, agli automobilisti in transito presso le piste riservate al pagamento tramite telepass senza essere munito di tale mezzo elettronico di pagamento, per poi superare la barriera prima dell'abbassamento della sbarra" debba essere sussunta, nelle generalità dei casi, nell'alveo della fattispecie di cui all'art. 176 comma 17 C.d.S., la quale prevede la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da € 398,00 a € 1.596,00 per chiunque ponga in essere qualsiasi atto al fine di eludere in tutto o in parte il pagamento del pedaggio autostradale; tale sanzione, di non modico importo, appare tra l'altro forse anche più efficace di quella penale, non essendo assoggettata ai vari benefici e condoni previsti dalla legislazione penale e non essendo ad essa applicabile la speciale causa di non punibilità di cui all'art. 641 c.p.

  

 Tommaso Perrella