Contributo per il programma elettorale di Antonio Sangermano – Sostituto Procuratore Repubblica Prato

Mi permetto di inserirmi nella tematica della "questione morale", che opportunamente è stata posta al centro del nostro dibattito, con alcune brevi riflessioni che avverto l' urgenza di condividere con voi.

Elezioni per il rinnovo del Comitato Direttivo Centrale 6, 7, 8 marzo 2016

LA “QUESTIONE MORALE”

Mi permetto di inserirmi nella tematica della “questione morale”, che opportunamente è stata posta al centro del nostro dibattito, con alcune brevi riflessioni che avverto l’ urgenza di condividere con voi.

Il quadro etico di riferimento di ogni magistrato non può che essere quello delineato, con acume e passione civile, da Tommasina Cotroneo. Concordo pienamente, pertanto, con tale contributo. Volevo provare però ad arricchire il dibattito con alcuni ulteriori “spunti” di riflessione.

La “questione morale” è da sempre una tematica culturalmente scivolosa e complessa, in quanto suscettibile di feroci strumentalizzazioni; essa rappresenta inoltre il terreno d’ elezione del radicalismo a senso unico, quello che addita sempre “gli altri” a simboli della degenerazione etica, immutando la ipotetica responsabilità del singolo quale proiezione di una “contaminazione di gruppo”, salvo poi difendere le persone intranee alla propria componente quando la “questione morale” riguardi loro.

E la medesima “questione morale” può essere, all’ opposto, terra di conquista di una sorta di relativismo giustificazionista, che porta a “perdonare” come “peccatucci veniali” gravi mancanze comportamentali, che ove correttamente e prontamente rilevate avrebbero potuto impedire perniciose progressioni negative, dagli esiti generalmente delegittimanti.

Chi attua la giurisdizione non può certo cedere ad analisi semplificatorie ed a pregiudiziali massimalismi. Il rispetto per la persona deve poi permeare integralmente la prospettiva etica di un Giudice, traducendosi in comportamenti coerenti anche dal punto di vista formale. Ma la distinzione tra la sfera del penalmente illecito e quella della inopportunità deve rimanere un parametro fondamentale di orientamento critico. I comportamenti inopportuni rientrano nella “questione morale” e vanno severamente censurati. Tra di essi, “in primis”, qualsiasi profilo di cointeressenza connetta il magistrato al conflitto di interessi che amministra od al conteste sociale in cui opera.

La moderazione non è propensione al compromesso ( nel senso deteriore del termine), ma una capacità di analisi scevra da condizionamenti e pregiudiziali. Il rigore non va confuso con il furore.  Ma deve pur sempre essere rigore, rigore assoluto.

La prima regola, lo abbiamo detto e ripetuto, è quella di essere non solo, e direi “naturalisticamente”, onesti ma anche imparziali ed equilibrati; essere ed apparire tali.

La distanza dagli interessi che permeano e caratterizzano il contesto sociale in cui si opera è una manifestazione basilare di questi “elementari” doveri. La imparzialità ne è un  altro naturale corollario.

Ed allora, la funzionalità degli Uffici, la capacità organizzativa dei Dirigenti ed il loro stesso prestigio, la irreprensibilità dei magistrati tutti, dovranno essere valutati anche in riferimento ai criteri di rotazione, alternanza, trasparenza, economicità, professionalità, correttezza con cui vengono scelti i consulenti, i curatori, gli amministratori giudiziari, i custodi, le ditte che effettuano le intercettazioni. Questi sono profili che concretano, attualizzano il quadro di valori che propugniamo.

Le cointeressenze affaristiche e familistiche, le frequentazioni improprie con parti processuali, la intraneità a contesti di potere, gli inevitabili condizionamenti derivanti da relazioni personali ed affettive, l’ uso improprio delle dotazioni d’ ufficio, la sistematica ricorrenza di circuiti di referenti professionali per l’ affidamento di importanti incarichi, la rilevanza degli emolumenti retributivi anche a fronte di prestazioni scadenti od inadeguate, sono tutti profili che annientano la credibilità del magistrato e ne compromettono irreparabilmente la immagine e la moralità.

Avere una condotta professionale e privata irreprensibile è pertanto necessario quanto sapere organizzare gli Uffici sulla base dei suddetti criteri generali, vigilando sulla loro puntuale attuazione. “Questione morale” è anche capacità e coraggio di disvelare e denunciare le c.d. “opacità”, mettendone  a parte gli organi competenti.

Di nuovo la dirigenza, dunque. Questione morale declinata non solo nella pur doverosa ed insopprimibile dimensione etico-individuale, ma attuata anche mediante criteri di organizzazione degli Uffici, in particolare nei settori dove vi è impegno di spesa pubblica ed esigenza di massima trasparenza. Penso, inevitabilmente, al settore fallimentare ed a quello delle misure di prevenzione. Vigilanza, ferrea vigilanza da parte dei Dirigenti e di tutti i magistrati dell’ Ufficio. Non si tratta di sollecitare la delazione od il “terrore”, ma di sapere giudicare la Dirigenza anche in base al tasso di eticità, trasparenza e correttezza che sa infondere nelle regole, sapendone poi assicurare la coerente attuazione.

Rigore non è furore, siamo d’ accordo. Gli orientamenti personali, sessuali, religiosi, culturali rientrano nella insindacabile sfera personale ed intellettuale di ogni magistrato. Lasciamo ad ognuno di noi la libertà di scegliere il colore dei propri calzini.  Ma ogni condotta che direttamente od indirettamente involga la visibile appartenenza all’ Ordine Giudiziario, e pertanto ne attinga la funzione, deve essere pregna di coscienza etico-deontologica. Da questo punto di vista la volontaria sovraesposizione mediatica, il protagonismo narcisistico, la partecipazione ad iniziative politico-elettorali, le lungamente annunciate e declamate “discese in campo”, sono tutti profili che minano la credibilità del magistrato, e che pertanto rientrano a pieno titolo nella “questione morale”.

Il c.d. “collateralismo” non è soltanto, dunque, una forma di dipendenza ideologica che porta  a considerare  la giurisdizione come una “manifestazione succedanea della politica”, ma anche una propensione a coltivare relazioni che valgano alla bisogna.  

Il magistrato non deve essere una monade irrelazionata, certamente, ma neppure una pedina condizionabile. Tra dialogo istituzionale, cortesia, confronto, impegno, da una parte, e condizionamenti  impropri, dall’ altra, vi è un  ampio spazio di agibilità, che l’ onestà e l’ equilibrio di ognuno consente di percorrere senza compromessi ed in maniera trasparente.       

Il valore di un magistrato non si misura solo sulla base delle sue realizzazioni professionali, intese nell’ accezione procedimentale-statistica, ma anche e soprattutto sulla sua umanità, sulla capacità di tessere ed alimentare rapporti corretti ed equilibrati nell’ Ufficio. Ed il Dirigente da questo punto di vista ha un dovere raddoppiato.

Il “conflitto di interessi” non è una categoria di esclusiva matrice politica, ma ricorre tutte le volte in cui un soggetto investito di pubbliche funzioni, per qualsiasi ragione, personale, affettiva, economica, culturale, politica o di altro genere, non sappia essere ed apparire imparziale.

I pareri attitudinali devono essere lo specchio non solo del magistrato scrutinato, ma anche del Dirigente, della sua capacità di restituire con onestà e coraggio l’ immagine reale del collega; questa capacità richiede tante attitudini, prima fra tutte la assoluta imparzialità di giudizio.   

Infine, questione morale nell’ attività associativa. L’ impegno associativo del magistrato non può, NON deve mutuare le categorie peggiori della politica, intesa quale “genere” del reale. La politica come trama, accordo sotterraneo ed obliquo, “congiura”, furbizia, opportunismo, brama di potere, fascinazione semplificatoria, affiliazione personalistica, non dovrebbe neppure lambire l’ impegno associativo, che è pur sempre manifestazione strumentale e servente della giurisdizione. La politica associativa è  e deve essere altro da questo.

La correttezza, la linearità nell’ adempiere gli impegni assunti, il valore della parola data, la sincerità, l’ onestà intellettuale, il rispetto umano, la capacità di mediazione politica e di sintesi unitaria, la cortesia, la consapevolezza della assoluta provvisorietà delle cariche assunte, che non possono e non debbono diventare rendita di potere, non sono “valori a circolazione limitata”, al più buoni e validi per la vita e la giurisdizione ed improvvisamente obsoleti per la politica associativa. Devono valere e permeare tutto l’ agire del magistrato e tradursi in comportamenti coerenti a livello politico-associativo, che nulla tolgano al vigore della battaglia in cui si crede, pur sempre condotta in un quadro di stabilizzazione etica. 

Le sezioni circoscrizionali dell’ ANM devono diventare sempre più propulsori culturali, incentivando l’ adozione di quelle prassi virtuose che valgano a correggere ed estirpare errori ed opacità, e ciò nel quadro di un impegno politico-associativo che senza mai diventare supervisione impropria di prerogative istituzionali sappia essere stimolo costruttivo e critico sul piano proprio della nostra attività.

Dobbiamo chiedere ai nostri Dirigenti di affrontare la “questione morale” anche sul piano organizzativo, adottando prassi e regole che valgano a prevenire ed a punire le distorsioni.

E per far questo dobbiamo pretendere una classe dirigente alla altezza delle sfide.

Prato, 5 gennaio 2015.

Antonio Sangermano


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