Contributo per il programma elettorale di Tommasina Cotroneo – Consigliere Corte d’Appello di Reggio Calabria (2)

Interrogativo primario da porsi, prima di qualsiasi ulteriore riflessione sui temi, è il seguente: qual è la missione della Magistratura. E' sua missione garantire la stessa esistenza dello Stato di diritto e assicurare in tal modo un'appropriata applicazione del diritto in maniera imparziale, giusta ed efficace.

Elezioni per il rinnovo del Comitato Direttivo Centrale 6, 7, 8 marzo 2016

PATRIMONIO CULTURALE E LINEA POLITICA DI UPC: NON COLLATERALISMO E QUESTIONE MORALE

Interrogativo primario da porsi, prima di qualsiasi ulteriore riflessione sui temi, è il seguente: qual è la missione della Magistratura. E’ sua missione garantire la stessa esistenza dello Stato di diritto e assicurare in tal modo un’appropriata applicazione del diritto in maniera imparziale, giusta ed efficace.

E precondizioni essenziali perché l’esercizio della giurisdizione sia conforme a Costituzione e diritto sono l’indipendenza e l’imparzialità del giudice. E tanto più vinceremo la sfida della professionalità tanto più ci legittimeremo nella custodia gelosa di questi principi.

La giustizia italiana, e con essa i Magistrati, hanno avuto bisogno nel tempo di un profondo rinnovamento e ne hanno ancora bisogno. E’ su questo terreno che si giocano il nostro futuro, la nostra capacità di dare voce alle speranze della società civile, il nostro impegno per fare crescere nel nostro paese un diverso senso delle istituzioni. Ma, a ben vedere, “il futuro ha un cuore antico”, se è vero che la capacità di rinnovarsi appartiene alla storia della magistratura italiana, ed è stata una straordinaria risorsa nei momenti più drammatici dell’esperienza istituzionale repubblicana.

Lo Stato italiano ha cominciato a “fare sul serio” nella lotta contro la mafia, il terrorismo, e le più pericolose forme di criminalità organizzata e “sistemica”, quando è entrato in crisi quel modello burocratico di magistratura, affermatosi nel nostro paese nell’ ‘800, che poggiava essenzialmente su due pilastri portanti, rappresentati dalla suddivisione dei magistrati secondo una gerarchia piramidale di gradi e dall’assenza di specializzazione.

E’ negli anni sessanta che va riportato l’ampio dibattito sorto tra i magistrati per la democratizzazione interna della magistratura, assumendo come principio fondamentale ed irrinunciabile il dettato dell’ art. 107 Cost. secondo il quale “i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”, e l’ altro principio posto dall’ art. 101 Cost., secondo il quale “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”.   Come è noto, l’ ordinamento giudiziario era all’ epoca disciplinato dal r.d. del 1941, espressione del regime fascista, nel quale la magistratura si configurava come un ordine fortemente gerarchizzato. Era questo l’assetto che aveva indotto Piero Calamandrei a domandarsi, in un suo celebre discorso su “Governo e magistratura” del 1921, “se la vantata indipendenza dei giudici non sia nel nostro ordinamento, meglio che una concreta realtà, una pia illusione di dottrinari che vivono fuori dal mondo”. E’ chiaro che in un siffatto modello piramidale la indipendenza esterna della magistratura era intaccata dalla insufficiente indipendenza interna dei singoli magistrati.

L’ impegno associativo sviluppatosi in quegli anni per la soppressione della struttura gerarchica dell’ ordine giudiziario e l’ abolizione della carriera, collegando la progressione economica all’ anzianità e non alle funzioni esercitate, non si poneva in una prospettiva corporativa, ma nasceva dall’ esigenza di eliminare la struttura gerarchica dell’ ordine giudiziario e di superare ogni distinzione tra i magistrati che non fosse ricollegabile alle funzioni ricoperte. Esso, inoltre, tendeva, anche mediante una lettura forte della complessiva tavola dei valori contenuta nella Costituzione, a realizzare un rapporto stretto tra giudice e Costituzione ed a stabilire un collegamento della giurisdizione con la cultura giuridica, con il foro e con la società. In questa fase di grandi fermenti innovativi, alla elaborazione di metodi operativi moderni e “specializzati”, all’intento di dare risposte vere alle drammatiche istanze di giustizia presenti nella realtà sociale, si è accompagnata una diversa autocoscienza della magistratura che vede il ruolo essenziale del giudice nella protezione della democrazia e dei diritti umani.

Nel tempo, quindi, e via via la magistratura ha affrontato sempre di più il problema dell’autocorrezione. Difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura passa infatti anche attraverso il coraggio di cambiare interrogandoci anche su quello  che non ha funzionato. Indispensabile passaggio questo per evitare che l’esercizio del potere giudiziario possa rappresentarsi all’esterno come arbitrario, sganciato dalle regole, incomprensibile ai più. E per tale via ci si è sforzati di richiamare un modello di magistrato nel quale riconoscerci: moderno, responsabile, serio, integerrimo, professionalmente attrezzato, che non frequenta o partecipa a squallide consorterie, che rifugga da collateralismi politici e da aggregazioni di interessi, che ripudi cointeressenze affaristiche e prima ancora familistiche, che non frequenti impropriamente parti processuali e la cui credibilità non possa essere, dunque, in alcun modo attaccabile. Da qui l’autoriforma che ha coinvolto la scelta della dirigenza, le valutazioni di professionalità, il sistema disciplinare.

Ed al centro di tutto questo sta, oggi più di sempre, la questione morale.  Dopo le tante, troppe, vicende inquietanti, svilenti, delegittimanti che ci hanno interessato al nostro interno, mai come in questo tempo diventa essenziale la questione morale. Questa non  è solo la questione penale, né solo questione disciplinare; questa viene certamente dopo la legge intesa in senso metafisico, ma in maniera altrettanto certa si antepone alla legge tecnica. Il rapporto di connessione che intercorre tra etica e diritto comporta che l’etica per i magistrati debba essere intrinseca alla specifica professionalità.

Un magistrato che non rispetti i principi etici generalmente anche non unanimemente riconosciuti in un determinato contesto sociale mai sarà positivamente valutato e apprezzato.  Da ciò consegue che la deontologia non può risolversi nella esposizione di una serie di divieti, da un lato, di prescrizioni, dall’altro, singolarmente considerati. Il magistrato deve possedere l’intimo convincimento che astenersi da certi comportamenti e  tenerne invece altri sono aspetti essenziali della professione scelta, non comandi eteronomi cui ci si può sottrarre. Chi sceglie la magistratura lo fa perché consapevole della natura dell’attività che deve svolgere, perché ne apprezza l’intima essenza e le finalità ultime, e necessariamente sa  perché deve necessariamente saperlo che non solo deve rigettare da sé condotte penalmente o disciplinarmente rilevanti, ma anche più semplicemente condotte inopportune e l’opportunità, prima ancora delle regole e della legge, dive orientarlo criticamente nelle condotte private e pubbliche.

L’aderenza piena all’Etica in uno al criterio di ragionevolezza devono, pertanto, orientare il magistrato ed indurlo naturaliter a capire e sapere ciò che può fare perché tale, ciò che può fare in quanto cittadino (ma non certo quivis de populo) che deve godere delle stesse garanzie costituzionali di tutti gli altri, ciò che può fare e non può fare nel territorio della sua giurisdizione, ciò che può fare soltanto rinunciando a quanto potrà fare in futuro. Ed in tanto possiamo esigere il rispetto della funzione che svolgiamo, garantendo in primo luogo il rispetto della dignità della persona -valore che preesiste alle norme giuridiche positive-, in quanto proprio dal modo in cui la esercitiamo discenda spontaneo negli altri il rispetto per questa. E, come detto, connotato essenziale della nostra funzione è l’imparzialità e, prima ancora, l’integrità morale. E’ dall’esercizio onorevole della funzione che dobbiamo aspettarci, per quanto riguarda il lavoro e la nostra vita pubblica, ogni motivo di gratificazione. 

Al riguardo non possono esservi ambiguità o opacità. Nonsi possono tollerare distinguo: o si sta da una parte o si sta dall’altra, nella consapevolezza che il cedimento morale di un magistrato mina il core della funzione giudiziaria, sconfigge l’intera magistratura. Il percorso è stato e deve essere per questo continuamente proteso al recupero della credibilità offuscata dalle troppo incresciose vicende ed all’accanimento in tutte le sedi associative ed istituzionali nella effettiva e costante vigilanza sull’etica dei comportamenti del magistrato e nella richiesta di esercizio serio del potere di autogoverno nella scelta dei dirigenti (al riguardo tutte le aree culturali della Magistratura devono farsi portatrici dei valori di etica e professionalità, avendo riguardo esclusivamente ai meriti ed alle qualità professionali dell’aspirante, giammai a criteri di appartenenza), perché è la giusta scelta del giusto Dirigente, eticamente sano, che è abbrivio per il primo effettivo controllo dell’etica dei magistrati dell’Ufficio al quale sarà preposto; nelle valutazioni di professionalità – per l’esito positivo delle quali non si potrà prescindere, non più, anche da una seria ed effettiva, e non solo formale, constatazione della validazione dei prodotti ultimi dell’esercizio della giurisdizione, nei successivi gradi di giudizio- che devono riflettere con limpidezza l’immagine etica e professionale del singolo; nello svolgimento della funzione disciplinare attenta ai profili deontologici prima ancora che ad aspetti formali, come il rispetto dei termini nel deposito delle sentenze.

Non ci sono spazi di compromesso perché il modello di magistrato non entra ed esce dalla politica, non costruisce la propria professionalità per il tramite di carriere parallele perché per il tramite di carriere parallele non si costruisce la professionalità, ma la più squallida carriera, non frequenta lobby e salotti dove garantisce ciò che non può garantire, non appare poco distante dagli interessi che si muovono nel contesto sociale nel quale opera, non fa pressioni per diventare capo di un ufficio, non si ispira ad una logica clientelare e deve rinnegare collateralismi politici, manifestazione degenerativa per il magistrato della peggior politica, e gruppi di potere esterni ed interni alla magistratura. I magistrati si legittimano esclusivamente nello svolgimento dell’attività giurisdizionale esercitata con indipendenza ed imparzialità e senza che si insinui il dubbio di illeciti condizionamenti esterni.

Se si vuol dare un giudizio positivo di un magistrato e, quindi, affermare o dare per scontato che abbia adempiuto i principali doveri inerenti alla professione si afferma o si da per  ovvio che egli sia integerrimo e imparziale. Un magistrato intelligentissimo e coltissimo che non sia integerrimo e imparziale è un pericolo da rigettare senza aspettar tempo.

La questione morale non può, peraltro, prescindere anche da una seria riflessione sugli incarichi fuori ruolo, che non devono mai rappresentare canali preferenziali per il conseguimento degli incarichi direttivi e semidirettivi, sempre subvalenti rispetto all’effettivo, continuo e silenzioso esercizio della funzione giurisdizionale, e stigmatizzati allorquando siano strumento mascherato per dare credibilità alla politica, così piegando l’immagine della magistratura a fini distorti.

Quanto, in particolare, all’attività politico amministrativa svolta dai magistrati, Unità per la Costituzione si riconosce nella recente proposta inviata dal C.S.M., ai sensi dell’art. 10 legge 195/1958, al Ministro della Giustizia: è quanto mai necessario, difatti, un intervento del Legislatore a tutela dell’immagine di terzietà della funzione giurisdizionale che rischia di essere appannata in caso di rientro alle funzioni giudiziarie di magistrati impegnati per lungo tempo in incarichi di carattere politico amministrativo; in tali situazioni, pur nella tutela dei diritti di elettorato passivo del cittadino magistrato, deve necessariamente prevedersi, al termine dell’esperienza politica o amministrativa, il transito in altri ruoli dell’amministrazione dello Stato.

E l’Etica si deve parimenti esigere nella pratica della nostra attività associativa che è intimamente connessa all’esercizio delle nostre funzioni. L’attività associativa non è il riflesso della politica, non è opportunismo, non deve sottendere gruppi di potere, non deve mascherare affiliazioni che non siano esclusivamente dettate da spinte ideali-culturali. E’ impegno “puro”, è dialettica, è crescita culturale, è entusiasmo, è unità di intenti, pur nelle diverse sensibilità culturali, è democrazia, è lotta per sconfiggere la parte degenere del ruolo delle correnti nella occupazione degli spazi dell’autogoverno, è autonomia da questo, è recupero delle giovani leve ed allentamento, con la forza dell’esempio e della tensione morale, della loro comprensibile disaffezione che poggia sulla paura della etichettatura politica.

Su questo terreno innanzitutto si gioca il riconoscimento della nostra autorevolezza, l’affermazione della nostra legittimazione, il mantenimento del nostro ruolo nella dinamica istituzionale, politica e sociale del nostro Paese. Ed è proprio all’interno dei confini di un’azione credibile e di un sistema affidabile per efficienza e tensione morale che potranno essere meglio perseguiti lo scopo di tutela della funzione giudiziaria e gli obiettivi sindacali, che meglio tuteleremo in quanto mai vestiremo abiti impiegatizi. E mai vestiremo abiti impiegatizi quanto più, pur senza chiusure corporative, scalzeremo vecchie incrostazioni e impostazioni aziendalistiche, quanto più al nostro impegno si affiancherà l’intervento delle altre Istituzioni nell’assicurarci mezzi e risorse e nella distribuzione razionale ed ottimale di quelli esistenti, quanto più tuteleremo i singoli, che con scrupolo e dedizione prestano il loro servizio, da carichi insostenibili, individuabili per il tramite di risposte meditate, serie, concrete e credibili che rifuggano da effetti dirompenti che inducano alla burocratizzazione della magistratura; quanto più li tuteleremo dalla richiesta di un insano produttivismo sganciato dalla qualità della risposta di Giustizia assolutamente prioritaria e con essa sostanzialmente incompatibile e dal cappio disciplinare orbo e formale.

L’indipendenza, poi, va conquistata e praticata anzitutto nei confronti di se stesso, dei propri pregiudizi, facendo sì che il socratico “conosci te stesso” diventi per il magistrato un imperativo deontologico; va conquistata attraverso un’adeguata formazione culturale generale, prima che tecnica, attraverso uno scrutinio attento dentro di sé e intorno e al di sopra di sé perché “chi sa solo il diritto non sa neppure il diritto”.

E se l’imparzialità è connotazione essenziale dell’attività dei magistrati, sempre più forte si avverte l’esigenza che i magistrati non soltanto siano indipendenti e imparziali, ma debbano anche apparire tali. Anche da ciò dipende la rilevanza che aspetti della vita personale privata del magistrato possono avere nella valutazione della sua professionalità.  Soprattutto è alla stregua della posizione costituzionale della magistratura e delle fonti di legittimazione democratica dei  poteri dei magistrati che si giustificano quelle che appaiono limitazioni cui i magistrati sono o possono essere assoggettati nel godimento di alcuni anche fondamentali diritti di libertà. 

Anche gli obblighi di riserbo che gravano sui magistrati e le non lievi limitazioni che comportano rispetto al diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, di cui all’art. 21 Cost., si giustificano e si armonizzano con il rilievo che l’imparzialità e anche l’apparenza di questa sono garanzia dell’esercizio imparziale della giurisdizione e fonte della fiducia che in questa deve nutrire il popolo in nome del quale essa viene esercitata.

Etica è anche umiltà, esercizio silenzioso delle funzioni; etica è porre al bando eccessi di protagonismo che troppo spesso hanno sovraesposto l’intera categoria.

Ad un magistrato consapevole della funzione svolta non può non venire naturale riflettere sul modo come egli la svolge, sui criteri generali cui informa il proprio comportamento, sulla consapevolezza che egli ha che in ogni controversia può ravvisarsi una vicenda umana di una qualche importanza per coloro che ne sono parti e che non esistono affari “bagattellari”, perché tutti hanno diritto di pretendere, quale che sia l’importanza della controversia, che i giudici seguano le buone regole dell’arte. Le trascuranze, le sciatterie non possono essere perdonate. Esse offendono non soltanto coloro che ne sono vittime immediate, ma i tanti magistrati che con scrupolo, nel rispetto per la funzione si impegnano. E se certamente non possono essere dimenticati gli aspetti quantitativi, con altrettanta certezza si deve affermare che le controversie non possono essere considerate come pratiche da evadere comunque nel più breve tempo possibile. Ciò non significa che i tempi non abbiano la loro importanza ed è ormai largamente diffusa l’opinione che giustizia ritardata tende ad equivalere a giustizia denegata, ma è proprio nei riguardi delle opinioni diffuse che occorre esercitare il massimo di spirito critico, se non si vuol cadere nel più ottuso conformismo.

La disciplina dei magistrati sotto profili tecnico- culturali, pur presentando aspetti simili a quelli delle libere professioni, è ispirata a principi diversi perché la loro attività costituisce esercizio di una funzione costituzionale e tanto deve spingerli, da un lato, a sentire l’orgoglio dell’altezza dei loro compiti e ad esigerne il rispetto, dall’altro all’umiltà di una riducibile, ma ineliminabile, personale non adeguatezza. E’ questa la magistratura delineata dalla Costituzione, che intendiamo rappresentare e nella quale dobbiamo identificarci.

In questo contesto ordinamentale, così diverso rispetto a quello delineato dal r.d. del 1941, in questo codice etico si pone la magistratura  del nostro tempo. Nel tentativo di fornire una qualche indicazione sul come siamo vorrei richiamare  una frase  ricorrente negli scritti di Paolo Grossi, contenuti nella raccolta antologica curata da Guido Alpa:“Il diritto non è scritto sulle nuvole, ma sulla pelle dell’ uomo”.  Dietro la bella espressione si cela un accorato invito al giurista ed al giudice a calarsi nella vita del diritto utilizzando la prospettiva, assunta come l’ unica possibile,  di chi  volge lo sguardo dal basso in su, ossia dal tessuto vivo della società verso l’ alto, e non quella di chi guarda dall’ alto del suggello statale incarnato nella norma verso il basso.

In questa prospettiva il giudice del nostro tempo non può essere insensibile alle mutevoli esigenze sociali, ma è chiamato ad assumere un ruolo molto più incisivo di quello del mero esegeta: un ruolo attivo e proiettato ad un livello più alto, da svolgere inforcando occhiali dalle lenti nuove, capaci di mettere a fuoco l’ essenza della norma nel tempo e nello spazio.

Da qui la chiamata in causa  del  coraggio di ogni giudice nell’ affrontare i mutamenti del diritto in una società in continua evoluzione e la sua capacità di avvicinare il diritto ai fatti, e quindi il diritto alla  giustizia.

Ecco il nuovo modo di giudicare oggi. Ecco il magistrato oggi.

Ecco la sfida della magistratura: l’assunzione di responsabilità, l’impegno a trovare risposte di giustizia alle istanze dei cittadini e a soddisfare l’ esigenza costituzionale di rendere effettiva la tutela dei diritti fondamentali anche in situazioni di inerzia del legislatore su temi vitali ed improcrastinabili, utilizzando tutti gli strumenti offerti dall’ ordinamento, forgiando nuovi strumenti di tutela, rivisitando le leggi ordinarie attraverso il paradigma di valori dettati dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali, in particolare dalla CEDU; in una dimensione oggi europea.

L’ attività del magistrato è inevitabilmente destinata a dispiacere a qualcuno e  a volte è sgradita a molti, ma  l’ unica strada percorribile per ottenere la fiducia dei cittadini sta nell’ esercizio indipendente ed imparziale della funzione, in un processo di maturazione destinato a concludersi mai. L’indipendenza è condizione della tutela dei diritti: è questo che bisogna far capire ai cittadini, ma i cittadini lo capiranno solo se noi capiremo che il ruolo effettivo di garanzia dei diritti è la condizione necessaria perché l’indipendenza della giurisdizione abbia valore agli occhi dei cittadini.

La magistratura è l’istituzione giustificata dal divieto della difesa e della giustizia private, con l’assunzione da parte dello Stato del monopolio dell’esercizio della forza.  I tribunali e i compiti loro affidati sono all’origine della civiltà, come limite e repressione della violenza mediante un  giudizio da parte di chi non ha interesse di alcun genere alla soddisfazione di alcuno degli interessi in conflitto, da parte di chi è assoggettato soltanto alla legge, che va interpretata, tra le più possibili interpretazioni, in adeguamento e conformità alla Costituzione che tutti i magistrati  sono tenuti ad osservare.

In quest’alveo vuole muoversi la nostra forza associativa in un confronto con le altre Istituzioni dialettico e pacato, ma parimenti fermo ed intransigente senza mai abdicare al diritto di suggerire tutte le modifiche normative ed organizzative da noi ritenute necessarie od opportune nella direzione di una migliore efficienza e qualità del servizio giustizia, nella tensione continua verso la concreta attuazione del modello costituzionale di giustizia, nella tutela della dignità della funzione giudiziaria, nella tutela della qualità della risposta di Giustizia, nella posizione, mai dismessa, di difesa del potere giudiziario come uno dei cardini della struttura-Stato e funzionale a tale struttura, nella lotta per l’affermazione ed il mantenimento della democrazia, nella lotta contro ogni forma di isolamento della magistratura, nello sforzo di far comprendere ai cittadini che la neutralizzazione di un potere dello Stato produce, per effetto domino, la distruzione degli altri due poteri e l’annientamento della democrazia. E potremo essere autorevoli interlocutori solo se manterremo altissima la tensione morale con tutti gli strumenti attivabili al nostro interno e solo se saremo intransigenti, leggibili e credibili nella valutazione delle nostre professionalità e nella scelta della nostra Dirigenza che deve esprimere uomini che prima di ogni altra “virtù”, abbiano posseduto le virtù di quel magistrato declinato secondo le rigidi direttrici sopra segnalate.

Tanto farà Unicost, parte importante del nostro corpo associativo, sottolineando che l’analisi anche storica più attenta mostra che la divisione in correnti dell’ANM, di cui va combattuta con forza ogni deriva, è giammai riflesso della dislocazione dei partiti politici sulla scena politica nazionale, è piuttosto presa di distanza da ogni centro di potere esterno alla magistratura, pur nella consapevolezza della diversità delle prerogative e delle competenze delle altre istituzioni e, in particolare della “politica”, è espressione del pluralismo, valore fondante del Gruppo, che deve essere quotidianamente praticato in una logica di confronto ampio e leale, però finalizzato alla ricerca di momenti di sintesi e al raggiungimento di scelte condivise, è espressione di tensione ideale, è unità come la storia ha insegnato allorquando nei momenti di forte tensione interna si è assistito al coagulo tendente a far prevalere la logica del ruolo dell’Istituzione giudiziaria nella società democratica rispetto alle logiche delle divisioni di ideologie generali.

Tommasina Cotroneo

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