

Nominato con D.M 19.10.2004, ho prestato servizio presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere dal luglio 2006 al dicembre 2016, occupandomi prima di reati contro la pubblica amministrazione e poi di criminalità comune. Nel dicembre 2016 ho preso servizio alla Procura della Repubblica di Napoli, dove mi sono occupato dapprima di criminalità comune e sicurezza urbana e, dal dicembre 2019, sono stato assegnato alla Direzione Distrettuale Antimafia, all’area di Scampia, Secondigliano e dei comuni confinanti. Ho svolto indagini in materia di associazione di stampo mafioso, patto elettorale politico-mafioso e narcotraffico internazionale, seguendo anche la collaborazione con la giustizia di due tra i principali broker internazionali e coordinando numerose attività investigative con altre Procure italiane e Autorità giudiziarie straniere. Dal 2017 sono assegnato anche al servizio di cooperazione internazionale della Procura di Napoli.
Nel 2013 sono stato eletto componente della Giunta ANM di Napoli e nel 2016 al Comitato Direttivo Centrale dell’ANM, assumendo successivamente la carica di Segretario Generale. Negli anni 2019 e 2020 l’ANM ha affrontato una fase particolarmente difficile per la magistratura italiana. In quegli anni ho contribuito alla formulazione di alcune proposte rivolte al legislatore – dal termine di legittimazione per dirigenti e semidirettivi, alla calendarizzazione rigorosa delle pratiche della V Commissione, sino alla riforma del sistema elettorale del CSM – e all’elaborazione di modifiche dello statuto e del codice etico dell’ANM, con particolare riferimento al regime delle incompatibilità previsto dall’art. 7-bis del codice etico.
Nell’ambito del mio gruppo, Unità per la Costituzione, ho poi partecipato ai lavori dell’Assemblea per il Futuro, che, all’esito di un percorso di autocritica, ha approvato uno Statuto incentrato sul momento assembleare, sui principi di trasparenza e partecipazione effettiva e su un regime di incompatibilità volto a impedire passaggi immediati, o anche solo ravvicinati, da incarichi associativi a ruoli istituzionali e viceversa.
Ho preso parte, infine, alla campagna referendaria del 2026, quale componente dell’articolazione territoriale di Napoli del Comitato “Giusto dire NO”. In quella esperienza ho contribuito all’organizzazione di numerosi incontri, ai quali hanno partecipato moltissimi colleghi, animati da un generoso e convinto impegno in difesa della Costituzione. Ho inoltre curato attività di sensibilizzazione e informazione dei cittadini, anche mediante i social network.
Credo che l’esito del referendum, insperato fino a poche settimane dal voto, consegni a tutti noi un patrimonio da preservare e un impegno da rispettare.
Si tratta di difendere l’assetto costituzionale della nostra democrazia, fondato sul principio della separazione dei poteri. Al tempo stesso, la difesa della giurisdizione non può tradursi in una posizione meramente difensiva o autoreferenziale, ma deve accompagnarsi alla capacità di affrontare le ragioni della diffusa insoddisfazione verso il servizio giustizia.
Occorre, dunque, dare nuova vivacità ad un dibattito interno serio, concreto e orientato a soluzioni effettive, evitando, al contempo, di offrire argomenti ad attacchi strumentali dall’esterno.
Il voto referendario ha rappresentato un passaggio decisivo ma non un punto di arrivo e impone alla magistratura una responsabilità ulteriore: proseguire con coraggio il percorso di autoriforma garantendo un effettivo cambiamento e il definitivo superamento di logiche di appartenenza e mera gestione interna del potere.
La magistratura dei prossimi anni, composta in misura significativa da colleghi giovani, con meno di dieci anni di anzianità di servizio, dovrà essere pienamente consapevole del proprio ruolo, connotata da elevata professionalità, dedizione e spirito di servizio, ma dovrà anche rivendicare con orgoglio il valore costituzionale della funzione esercitata. Il voto referendario ha mostrato che una larga parte del Paese ha compreso che le inefficienze del sistema, sono riconducibili alla carenza di mezzi e risorse, non all’assetto costituzionale della magistratura o, come pure si è cercato di far credere, a inadeguatezza dei magistrati.
Sono entrato in magistratura quando erano in corso di approvazione i decreti attuativi della riforma dell’ordinamento giudiziario. Gli effetti negativi di quella riforma si sono manifestati lungo tre direttrici principali:
– una esasperata rincorsa alla carriera, che ha progressivamente trasformato ogni passaggio della vita professionale dei magistrati in un tassello della costruzione di percorsi di affermazione individuale. Rispetto a questa tendenza occorre rimettere al centro la passione per l’esercizio della giurisdizione e attribuire il dovuto rilievo alla concreta esperienza maturata negli uffici giudiziari;
– la gerarchizzazione delle Procure, che ha posto un rilevante tema di democraticità e partecipazione negli uffici requirenti e ha reso più concreto e insidioso il rischio di improprie interferenze della politica sulle nomine dei vertici. Su questo punto va proseguito con convinzione il percorso di recupero di spazi di condivisione, partecipazione e responsabilità diffusa;
– la rigida separazione delle funzioni, giustificata dall’affermata esigenza di pervenire alla separazione delle carriere. Tale prospettiva è stata però bocciata due volte dagli elettori: prima in occasione del referendum abrogativo del 2022 e poi con il referendum confermativo del 2026. Si tratta di pronunciamenti che dovrebbero imporre al legislatore un ripensamento alla luce dell’apprezzamento manifestato per l’assetto unitario della giurisdizione, per il valore dell’interscambio tra funzioni e per la comune cultura della giurisdizione.
Il recente raggiungimento degli obiettivi del PNRR è stato possibile grazie a uno sforzo straordinario dei magistrati e ha dimostrato che i risultati non dipendono dalla mera intensificazione individuale del lavoro, ma dalla disponibilità di risorse adeguate, strumenti organizzativi efficaci e personale di supporto stabile e qualificato.
Occorre evitare che l’emergenza si trasformi in un modello ordinario fondato sull’iper-produttività e va rimessa al centro la qualità della decisione giudiziaria anche attraverso una misurazione attendibile dei carichi di lavoro e un uso dell’intelligenza artificiale realmente servente rispetto all’attività del magistrato.
Restano centrali il tema della trasparenza e prevedibilità delle decisioni sulle nomine e quello della mobilità orizzontale. Le nomine non riguardano soltanto le aspirazioni individuali dei singoli, incidono direttamente sul funzionamento degli uffici, sul lavoro dei magistrati che vi operano e, in definitiva, sulla qualità del servizio reso ai cittadini. Allo stesso modo, la mobilità orizzontale richiede una programmazione adeguata, capace di tenere insieme le legittime esigenze individuali e la funzionalità complessiva degli uffici.
Non ha mai smesso di essere oggetto di discussione il sistema delle valutazioni di professionalità. Anche su questo terreno va cercato un punto di equilibrio tra la funzione di mera verifica della persistenza dei presupposti per continuare a svolgere le funzioni e la prospettiva della comparazione tra i profili dei singoli, poli rispetto ai quali va articolata una disciplina che consenta di differenziare effettivamente i percorsi professionali e valorizzare il merito.
Credo, in definitiva, che dopo le difficoltà rappresentate dagli scandali del 2019, dalla pandemia, dal rischio di approvazione della riforma costituzionale, dall’aspra campagna referendaria che l’ha accompagnata e dagli immani sforzi richiesti dal PNRR, si apra una stagione nella quale la magistratura italiana potrà portare a compimento il proprio percorso di autoriforma. Sarà necessario affrontare le sfide che l’immediato futuro pone, a partire dalle potenzialità dell’intelligenza artificiale e dal rischio di una progressiva perdita di centralità della giurisdizione.
L’auspicio è che il nuovo CSM sia in grado di affrontare queste sfide facendosi interprete anche delle istanze dei tanti magistrati che, delusi o indignati, si sono allontanati dai luoghi della partecipazione e del confronto, o che, nel caso dei più giovani, non vi si sono mai avvicinati per diffidenza. Le cose potranno realmente migliorare solo con il contributo di tutti, attraverso il recupero della partecipazione e del confronto, e con le energie, le competenze e l’entusiasmo delle nuove generazioni di magistrati.
Personalmente, spero di poter offrire il mio contributo già nel corso della campagna elettorale, che mi auguro si svolga, nel confronto tra candidati, in modo sereno e costruttivo, evitando sterili e inutili contrapposizioni e restituendo centralità alle idee e ai programmi e che possa rappresentare, con tutti i colleghi, un momento di dialogo, di scambio di punti di vista ed esperienze e di elaborazione comune delle possibili soluzioni.
Giuliano Caputo

