Giustizia, processo remoto, carceri Sciacca: “Da parte le casacche”

Intervista a Mariano Sciacca su catania.livesicilia.it/

Forse è necessario ripensare alla giustizia come un cosmo unico e unito. Le divisioni creano crepe a uno dei pilastri di un paese libero e democratico. Invece ogni attore di questo delicato mondo è entrato in collusione: scontri politici, prese di posizione, polemiche sui giornali. La pandemia, oltre all’emergenza sanitaria, ha generato crisi sociali e strutturali. E all’orizzonte c’è anche quella della giustizia. Molti parlano di diritti costituzionali violati, di un processo che non tutela le garanzie dell’imputato, di carceri che non sono in grado di assicurare assistenza e cura ai detenuti. Che intanto escono e tornano ai domiciliari. Sullo sfondo poi le bagarre televisive che creano sfiducia e sconforto. Il magistrato catanese Mariano Sciacca, presidente nazionale di Unicost, invita ad abbandonare “casacche” ed “interessi corporativi” per avviare un percorso sinergico e simbiotico.

Presidente Sciacca, ma che sta succedendo alla giustizia. Si stanno dimenticando molti dei principi costituzionali?

Nessuna disconoscimento dei Principi costituzionali anche se non c’è dubbio che stiamo vivendo un periodo di applicazione di vero e proprio diritto dell’emergenza con una successione di decreti legge e decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che risultano spesso essere di difficile lettura e complessa ricostruzione sistematica. Pur tuttavia non c’è dubbio che l’avanzare dell’emergenza sanitaria è stato così rapida che solamente con strumenti normativo di questo tipo è stato possibile porre rimedio e limite all’avanzare dell’epidemia stessa. Così come ci ha ricordato in una recente intervista alla presidente della Corte Costituzionale Cartabia comunque la Costituzione contiene in se tutti gli strumenti e contrappesi per potere adeguatamente coordinare l’esigenza di un intervento tempestivo di contrasto all’epidemia con la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini italiani. C’è un pezzo dell’intervista che andrebbe letto ogni mattina da tutti noi, così tanto per capirci e capire come procedere…. “…La piena attuazione della Costituzione richiede un impegno corale, con l’attiva, leale collaborazione di tutte le Istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni, Giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l’emergenza. La Costituzione, infatti, non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, e ciò per una scelta consapevole, ma offre la bussola anche per navigare per l’alto mare aperto nei tempi di crisi, a cominciare proprio dalla leale collaborazione fra le istituzioni, che è la proiezione istituzionale della solidarietà tra i cittadini…”. È pur vero, chiaramente, che vi è – tanto più in una situazione di questo tipo che vede interventi normativi di forte limitazione delle libertà personali adottati direttamente dal governo – l’esigenza del massimo confronto e dialogo tra le parti sociali e tra tutte le istituzioni coinvolte garantendo al massimo possibile il coordinamento tra il centro e le periferie regionali Ci sono stati interventi di illustri costituzionalisti che hanno confermato, peraltro, la legittimità degli interventi governativi, fermo restando che, superata la prima fase dell’emergenza, bisognerà necessariamente, soprattutto laddove si dovessero ripresentare nuovi focolai di Covd-19, sviluppare una riflessione ulteriore di sistema in modo tale da evitare inutili compromissioni delle libertà personali e il pieno dispiegamento della politica sanitaria di contrasto all’epidemia.

Processo remoto. I penalisti non sono molto d’accordo. Quale è sua posizione da magistrato?

L’impatto dell’epidemia sul mondo della giustizia è stato, come per ogni altro settore pubblico e privato, devastante; abbiamo mantenuto le sole attività giurisdizionali strettamente urgenti. Sotto questo profilo la possibilità di utilizzare le infrastrutture tecnologiche già esistenti – ovvero il processo civile telematico sul versante civile e gli altri applicativi telematici per l’udienza da remoto – ha consentito comunque di evitare la paralisi totale. In questo contesto è pur vero che si sono levate accese critiche per l’utilizzazione dell’udienza dal remoto soprattutto in ambito penale, ma al contempo – ripeto – in questa fase d’emergenza proprio questo strumento ha permesso di garantire i servizi minimi essenziali. Detto ciò non c’è dubbio che il processo sia civile che penale sono e devono essere un momento di accertamento della verità (processuale) tra uomini in carne ed ossa, valorizzandosi, ove sia utile o necessaria, l’oralità e il confronto dialettico tra persone fisicamente presenti. Il rapporto diretto tra il giudice l’avvocato e l’indagato\imputato in alcune fasi e segmenti processuali è insostituibile perché parliamo di vicende umane nelle quali proprio il confronto fisico tra le persone risulta fondamentale. Si tratterà, a mente più fredda, di fare un poco di silenzio, lasciare da parte gli slogans tanto degli entusiasti a tutti i casti quanto degli ipercritici a prescindere, per decidere cosa di buono si possa mantenere e cosa invece abbandonare ritornando all’antico. Su una cosa non ho dubbi. Da una crisi epocale, quale questa è, se ne esce tutti insieme, mettendo da parte casacche, interessi corporativi e rendite di posizione. La virtù civica del confronto e l’interesse per la cosa pubblica e il benessere collettivo dovrebbero essere i nostri punti di riferimento, avendo come unico metodo il confronto pacato.

Tema carceri. Forse c’è da ripensare il sistema?

Sono anni che diciamo che il sistema carcerario va profondamente ripensato e rivisto. Sotto un primo profilo va affrontata la questione dell’edilizia carceraria, questione per la quale spesso siamo andati a giudizio davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni di vita indecenti alle quali abbiamo abituato i nostri carcerati. L’emergenza sanitaria, nella sua brutalità, ha fatto esplodere un sistema già collassato e in un miracoloso equilibrio, in quanto è noto che nelle carceri le persone vivono ammucchiate e fruiscono di strutture sanitarie certamente non adeguate.

Scarcerazioni. Tanto rumore per nulla?

No tanto rumore giustificato direi. Qualcosa non ha funzionato. E’ chiaro. Senza dubbio si è verificato uno, se non più di uno, corto circuito istituzionale tra il DAP e la magistratura di sorveglianza. E spero sinceramente che non abbia a ripetersi. Dovremmo trarre, comunque, qualche insegnamento da quanto accaduto. In primo luogo, non posso non osservare che il necessario e dovuto bilanciamento dei beni costituzionali in gioco – da un lato le esigenze di sicurezza sociale e dall’altro la tutela del diritto alla salute e del diritto al trattamento – è stato sostanzialmente circondato non soltanto da appesantimenti procedimentali e burocratici, ma anche da una delega alla magistratura di valutazioni che, a fronte di una pandemia estesa sull’intero territorio nazionale, spettano al governo e al parlamento. Ancora oggi vogliamo ribadire che la politica è assunzione di responsabilità e, in questo ambito, selezione delle priorità di politica criminale e penitenziaria: deve rientrare certamente fra queste quella di limitare il più possibile il rischio della scarcerazione dei detenuti per gravi delitti, soprattutto quando sottoposti al regime dell’art.41 bis o.p., previsto proprio per recidere i collegamenti con i contesti criminali e territoriali di provenienza. Per costoro devono essere assicurate cure adeguate all’interno del circuito penitenziario, predisponendo strutture sanitarie dedicate, trasferimenti immediati, risposte celeri alle richieste della magistratura. Voglio dire, per essere chiaro, che per garantire al contempo i diritti dei cittadini, il dolore delle vittime di mafia e di terrorismo e le esigenze di tutela sociale, con il diritto alla vita, alla salute e alla dignità minima dei detenuti, in presenza di una pandemia così grave occorre una accurata progettualità. E non può ritenersi sufficiente un formale ‘monitoraggio’ dei detenuti esposti a rischio COVID, perché affetti da pregresse patologie. Di certo non si può accollare alla magistratura la ‘responsabilità politica’ di sottoporre alla detenzione domiciliare pericolosi criminali, allorquando il circuito penitenziario non è in grado di garantire il diritto alla salute. Questa non è una responsabilità della magistratura.

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