Intervento di Francesco Cananzi

1.  Un nuovo inizio: dalle radici le ali. 

Carissimi amici, carissimi colleghi, 

siamo qui per un nuovo inizio, consapevoli che per spiccare il volo deve esserci un collegamento con le radici. Mi è sempre piaciuta l’espressione le radici e le ali, che rappresenta la ricerca della novità, il volo che a volte non sai dove ti porta, che puoi governare fino a un certo punto, ma hai la certezza del luogo dal quale sei partito, appunto delle radici.

Le radici che servono sono quelle che continuano a dare linfa, e per noi queste radici sono  nel  Documento Fondativo di Unicost del 17.3.1979, documento ancora inattuato per molti versi, e che in questo percorso che dobbiamo decidere se e come vorremo fare, non può non  essere il punto di partenza.

Ma le radici sono anche le storie dei tanti colleghi che ci hanno fatto appassionare a Unicost, ognuno di noi ne ha uno in mente, che ha stimato, che ha seguito, con il quale ha condiviso l’inizio di una passione politica e associativa. Colleghi che ci hanno convinto con la loro testimonianza prima che con le loro parole, narrandoci nei fatti che c’è un luogo nel quale si può diventare magistrati migliori, e questo luogo è fuori dalla propria stanza, è nell’associazionismo ed è in Unicost; tanti colleghi, che nel corso di questi 40 anni hanno speso le proprie energie con onestà, senza indugio, con generosità, non per interesse personale ma per il bene della magistratura e del paese.  

Ho l’orgoglio di dire che ce ne sono stati e ce ne sono tanti, sono qui oggi proprio grazie a questa certezza, e oggi voglio porgere loro un ringraziamento,

Alessandro Criscuolo all’Assemblea nazionale di Unicost  di Fiuggi del 1998, che  giungeva dopo sei  anni di giunta unitaria, valorizzando il ruolo delle correnti, espressione del pluralismo culturale esistente e, soprattutto, la necessità della ricerca dell’unità nell’ANM, chiariva come l’esistenza dei gruppi associativi fosse una ricchezza ineliminabile.

Sarebbe stato preoccupante – diceva –  se un corpo qualificato, di persone  abituate a pensare,  si fosse potuto sentire rappresentato da una sola corrente, senza diversità di vedute. 

E’ questa una prima ragione che motiva la  nostra preoccupazione in ordine al bipolarismo giudiziario. Ridurrebbe lo spazio di rappresentanza delle diverse sensibilità che esistono nella magistratura italiana, ne conseguirebbe un dibattito limitato se non inevitabilmente muscolare, tanto più che l’esigenza della formazione di poli si pone in relazione a organi che debbano garantire la governabilità, il che certamente non è né per l’ANM né per il CSM, che se per un verso ha funzioni di politica giudiziaria, per altro verso ha necessità di un dibattito interno che non si riduca alla logica della maggioranza.

L’associazionismo è stato, si legge nel Documento fondativo, un fattore di maturazione politica e culturale della magistratura, consentendo una positiva relazione fra la magistratura, fino ad un certo punto un corpo separato, e i valori e le prassi del pluralismo democratico.  

Non bisogna avere paura del pluralismo delle posizioni in magistratura, noi siamo esperti in pluralismo perché il nostro stare insieme non è dato da una comune sensibilità ideologica, da un sentire corporativo, il nostro stare insieme è ispirato dalla volontà di cercare di essere oggi magistrati costituzionali, cioè aderenti al modello di magistrato che è proprio del  potere diffuso.

Oggi siamo qui a delineare le prospettive del nostro futuro, con interesse e con passione, e non possono non salutarsi come un segno particolarmente positivo le mozioni. Sono ricchezza, offrono spunti, percorsi e programmi, esprimono pur nella diversità moltissimi punti in comune, possono costituire la piattaforma di rifondazione del gruppo.  

Da maggio a oggi, e le mozioni che animano questo Congresso lo dimostrano, stiamo ritornando  a pensare in modo collettivo, si, perché a fronte del vuoto ideale del quale si legge in una delle mozioni, un vuoto che ci ha anestetizzato, ci ha portati a non avere una visione di insieme, una visione politica,  è mancata una volontà collettiva di pensiero organizzato, da opporre all’anestesia della democrazia interna alla corrente; il che, pur a fronte delle migliori intenzioni dei  singoli, ha creato  le condizioni per l’emergere di soli interessi particolari e per le vicende che tanto ci hanno fatto soffrire e hanno purtroppo offuscato l’immagine di Unicost,  del Csm, di tutto l’associazionismo giudiziario, della magistratura.

Su questi fatti dobbiamo fare autocritica tutti, nessuno escluso, chi ha avuto maggiore responsabilità per i ruoli formali ricoperti, chi  se li è indebitamente attribuiti, chi ha partecipato della vita del gruppo e  anche chi ne è stato distante, pur condividendone i valori,  per non aver offerto un proprio positivo contributo.  

2.  Conoscere la metamorfosi per essere mediatori equilibrati e competenti.

Se nel Documento Fondativo  si guardava giustamente alla società che cambia, alla crisi economica degli anni ‘80, per poter cogliere il senso della funzione giudiziaria, per declinare secondo i valori della terzietà  costituzionale il ruolo della magistratura di fronte a una società che all’epoca mutava, oggi dobbiamo tornare a farlo,  con ancora più impegno e determinazione, specie di fronte a un cambiamento che, come dice Ulrick Beck, è talmente profondo e repentino, cosmopolita,  che non bastano più le parole ordinarie come trasformazione, evoluzione, ma occorre parlare della metamorfosi.

Temi quali la bioetica piuttosto che il crimine trasnazionale, per arrivare alla conoscenza delle realtà dei paesi di provenienza dei richiedenti protezione internazionale, come i tanti altri che la globalizzazione, la mobilità e l’interconnessione ci sottopongono, ci richiedono di essere magistrati della metamorfosi del mondo.

Oggi non si può fare associazionismo senza pensare alla giurisdizione nella realtà che cambia, il che non significa modulare gli effetti dell’azione giudiziaria in ragione delle sue conseguenze, bensì conoscere tanto profondamente la realtà per potere giudicare con competenza, chiamati come siamo a essere ponti, mediatori, equilibrati e avvertiti, fra il diritto astratto e il caso concreto.

E’ necessaria allora una seria promozione culturale, che sia in grado di andare ben oltre la tecnica della decisione.

Ma guardare alla realtà esterna ci è indispensabile anche per capire cosa è successo al nostro interno, le ragioni di una degenerazione, nonché per fornirci degli strumenti necessari per ripartire, senza paure, ma con coraggio, forza e  pazienza. 

3.  Schierati contro la paura.  Questione morale. 

Il magistrato, per quanto qualificato da una professione particolare, quella del decidere della vita delle persone, dei diritti e dei doveri, delle libertà,  è donna e uomo del proprio tempo.  

A fronte dei dati di partecipazione alle elezioni per il CSM e l’ANM, che restano comunque elevati, ciò che fa riflettere è il difetto di partecipazione alla vita ordinaria dei gruppi associativi, di Unicost e dell’ANM.  Ma anche la ridotta partecipazione alle riunioni durante i procedimenti tabellari, previsti da normazione primaria e secondaria, fa altrettanto riflettere.

Quali le cause di questo disimpegno?

Qualcuno potrebbe essere stato preso da quella che è stata definita “l’epoca dell’ansia”, preso dalle paure del proprio tempo, anche a ragione preoccupato della sanzione disciplinare, non soddisfatto del proprio lavoro: rinuncia così a una visione di insieme e ritiene superflua la vita democratica interna alla magistratura, per disinteresse o per poco tempo a disposizione.

Qualche altro, invece, strumentalizza l’associazionismo, lo usa e lo getta a seconda del proprio interesse personale.

Qualche altro ancora, invece, non partecipa perché ha perso ogni fiducia nella vita associativa, a volte con serio fondamento, a volte meno.

Le paure, a volte  fomentate proprio per dissolvere una dimensione comunitaria, per isolare, per depotenziare il senso del ruolo, per burocratizzare la funzione, per limitare il controllo di legalità, per ammansire o limitare il potere diffuso.

Sia dall’esterno che all’interno degli uffici giudiziari.  Sia nel concreto sia normativamente.  Non è un caso che proprio dove le paure sono più forti e più alimentate, nei paesi con democrazie più giovani, come in Ungheria e Polonia, l’indipendenza di quelle magistrature è messa a rischio. L’indipendenza della magistratura è servente l’eguaglianza dei cittadini e promuove una relazione di cittadinanza – e non di sudditanza – rispetto al potere politico. Ridurla vuol dire rendere i cittadini dei nuovi sudditi.

Il ruolo di Unicost, all’interno dell’ANM,  non può che essere allora quello di garantire indipendenza interna e esterna della magistratura,  contrastando le paure che trasformano in burocrazia la libertà del giudice,   non con la protezione senza se e senza ma dal procedimento disciplinare,  bensì per un verso  con la salvaguardia dalle ingerenze dei poteri forti, politici, economici, mediatici, lobbies più o meno trasparenti; per altro verso contrastando le paure anche all’interno degli uffici giudiziari, promuovendo  l’in sé della giurisdizione: la qualità oltre che la quantità delle decisioni, numero di affari adeguato ad avere il tempo  per decidere, indipendenza della decisione, distinzione fra  responsabilità del magistrato e responsabilità  da carichi di lavoro e da disfunzioni amministrative. 

Occorre rimotivare una forte partecipazione alla vita associativa e a quella ordinamentale, perché il dibattito sia vero, le soluzioni migliori, la responsabilità delle scelte non di uno, ma frutto di un percorso condiviso.

C’è una delega in bianco – alla quale anche una delle mozioni fa riferimento –  che va superata e che richiede il ripensamento proprio del meccanismo della delega formale,  prevista anche dallo Statuto dell’Anm, come più volte ha detto Mariano Sciacca, al quale va il mio ringraziamento per il lavoro di questi mesi difficili e complicati, ringraziamento che rivolgo anche agli altri componenti della vicesegreteria.

Le deleghe in bianco si prestano a una dinamica viziata fra delegato e delegante, dove alla fisiologica fiducia interpersonale può sostituirsi il servilismo in funzione clientelare.

Bisogna essere realisti: il magistrato potrebbe non essere estraneo all’età dell’Io, alla sindrome di Tony Manero, che nella Febbre del Sabato Sera che Massimo Panerani indica come esempio anticipatore dell’individualismo di questo tempo: la disintermediazione per il successo, dove tutto è affidato, costi quel che costi, alle abilità e alla furbizia del singolo e non al merito, al suo contatto personale, con il consigliere o il politico di turno, dove esisto se competo e vinco, a qualunque costo. Il magistrato potrebbe non essere estraneo al tempo della voracità, del tutto e subito, né a quello, anche quando riveste incarichi di rappresentanza o direttivi, di esercitare il potere per il potere, della prepotenza, dell’asservimento.

 Questa è la questione morale, o se preferiamo la questione etica, e richiede applicare una regola molto semplice: non tutto ciò che è lecito è giusto, perché fra la legalità e la giustizia c’è differenza e anche l’uso del diritto, quando è ingiusto da un punto di vista etico, diventa abuso.   

Qui non ci sono soluzioni facili, certo codici deontologici, codice etico, probiviri, ma per prevenire? Si, i divieti normativi, ma a volte non ci sono, o sono stati eliminati ad arte.  E allora deve crescere il senso dell’etica dei comportamenti in magistratura, nell’esercizio della giurisdizione, come ci siamo sempre detti, ma oggi più di prima rispetto alla carriera, alla dirigenza e alla rappresentanza consiliare. E deve crescere anche l’etica dei comportamenti nell’associazionismo giudiziario. Un compito etico-culturale quello che Unicost deve raccogliere, la sfida di un confronto alto, sui valori prima di tutto.

La questione morale è la questione del paese, è la questione della furbizia e dell’accaparramento, è la questione del potere per il potere e non per il servizio e per il bene comune. Occorre che ogni magistrato sia soddisfatto il più possibile del servizio che rende: in parte grazie alla equilibrata stima che egli stesso deve avere della propria funzione, alla qualità delle decisioni, ai risultati sorretti da adeguate risorse; per altra parte, anche dal riconoscimento che viene, quando meritato, dal proprio dirigente con i pareri, nella misura appropriata per ciascun magistrato. Anche perché solo un parere reale consente con piena consapevolezza di valutare un aspirante a un posto direttivo da parte del CSM.

I magistrati si distinguono solo per funzioni, così l’art. 107 della Costituzione.

Non ce lo dimentichiamo, la gerarchizzazione è la fine del potere diffuso voluto dai Costituenti. La riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006 ha scatenato la corsa al posto direttivo e semidirettivo e il carrierismo. La temporaneità degli incarichi direttivi non è regola da eludere, come pure successo in una recente decisione consiliare.

La discrezionalità del CSM è decisiva nella scelta dei dirigenti, ma certo in assenza di un patto autoregolativo dei consiglieri che garantisca coerenza nelle decisioni, occorrerà intervenire per limitarla o innalzando la soglia di anzianità legittimante la partecipazione al concorso, ovvero facendo rientrare l’anzianità nella valutazione con maggior peso di quanto accade oggi.     

La legittima ambizione a un incarico direttivo è un valore, perché le ambizioni ci migliorano. Ma se l’ambizione si trasforma nella ragione prevalente della propria vita, tradisce il servizio ordinario che il magistrato è chiamato a rendere ai cittadini e ai colleghi, quando l’ambizione diventa pretesa, autoreferenzialità assoluta per chi crede di essere sempre il migliore, e quando ciò accade in maniera diffusa, vuol dire che certamente parliamo di ambizioni che non servono a migliorarci e a migliorare il servizio che rendiamo.

4.  Ripartiamo dal pensare politicamente.  L’esperienza associativa come luogo di cultura non solo tecnica ma anche politica: un patto generazionale, un patto di fiducia e lealta’, un patto per l’unità della magistratura.  Il rischio del burocratismo giudiziario e associativo. Unicost per fare Costituzione 

C’è un comun denominatore nelle mozioni: puntare sulla cultura.  Ma io credo che occorra puntare non solo su una cultura tecnica, che la formazione e l’autoformazione garantiscono, ma in special modo su una cultura politica associativa. La sensibilità politica non si improvvisa, si matura, ti insegna a cogliere cosa c’è dietro e oltre una riforma della normativa primaria o secondaria, cosa prefigura una variazione tabellare rispetto alla indipendenza interna, e così via

Le tabelle nascono per garantire l’indipendenza interna del magistrato e per garantire il pluralismo della giurisprudenza, la sua migliore evoluzione per la miglior tutela dei cittadini: le abbiamo piegate a esclusivi strumenti per l’efficienza aziendalistica, per i risultati quantitativi e non qualitativi, e quando le tabelle diventano il motore dell’efficientismo tradiscono il fine per il quale sono nate.  Abbiamo bisogno di dirigenti che nel bilancio sappiano mettere non tanto e non solo la quantità delle decisioni e dello  smaltimento, ma anche la qualità del servizio reso, che si sottraggano,  costoro come i magistrati,  alla logica delle “medagliette”.

Allora puntare sulla cultura politica vuol dire offrire una occasione a tutti i magistrati, con percorsi e laboratori, che realizzino un patto intergenerazionale, una trasmissione biunivoca di esperienze e di esigenze associative. Puntare sulla cultura politica significa mettere al centro i valori in cui crediamo: io non accetto una politica che sia solo strategia senza valori, i valori vengono prima delle strategie, perché una strategia senza valori serve interessi personali e strumentalizza il gruppo associativo.    

Altra sfida culturale che Unicost   deve raccogliere oggi è quella di fare unità. L’idea che vi siano tante magistrature, quella civile, penale, del lavoro, di legittimità e merito, requirente e giudicante,  è una idea che in nome dell’efficienza ci sta separando in tanti corpi, disgregando in frammenti, come accade nella società dove ciascuno sempre più è rivolto a se stesso, ai propri bisogni, ai propri desideri che devono divenire diritti, costi quel che costi, senza l’ombra di un dovere, senza una visione di insieme, senza alcuna dimensione solidale.

Cosicchè, poco male se il pubblico ministero avrà uno status diverso, in fondo è un mestiere diverso. Ma non è così. Poco male se i giovani magistrati devono lavorare di più rispetto ai più anziani.  Divisi siamo più deboli e meno significativi nel dibattito pubblico, divisi siamo tutti meno indipendenti. Anche fra i gruppi associativi occorre un patto, per elevare i termini del dibattito, per evitare che i colleghi si allontanino dai luoghi della partecipazione, a fronte di dinamiche di bassa polemica senza costrutto.

Dobbiamo evitare due pericoli. Il burocratismo giudiziario, di chi lavora senza comprendere il senso della propria funzione; il burocratismo associativo, di chi vive l’associazionismo solo come una occasione di carriera. Non abbiamo bisogno di burocrati in UPC, abbiamo bisogno di cuore, di passione, di discussioni, di politica giudiziaria, di visioni politiche, di diversità culturali.

Ridare dignità, questo il compito che ci spetta: al magistrato di merito come a quello di legittimità, al dirigente come al mot, ma anche ai luoghi che la democrazia associativa e ordinamentale ci offre e che sono di solito sottostimati.

Siamo chiamati a essere magistrati e non funzionari, come recitava il titolo di un convegno degli anni ’60, coordinato da Maranini, quando ancora la Costituzione era una “carta” che i magistrati non dovevano applicare e le garanzie di indipendenza erano formali, perché superate da una forte gerarchia anche negli uffici giudicanti.

Tanta strada è stata fatta, cerchiamo di non tornare indietro, anzi andiamo avanti difendendo e promuovendo un potere diffuso competente, consapevole e equilibrato. Unicost serve per attuare la Costituzione .

5.  Fare Unità.

L’esperienza dell’Anm e di Unicost nell’Anm ci dice che i magistrati che vivono l’associazionismo hanno avuto occasioni per essere migliori. Il correntismo è un male ma le correnti deboli lo sono altrettanto, lasciano spazio a lobbies e trasformismi, come i fatti di maggio scorso ci ricordano.

Noi non abbiamo chiuso gli occhi, abbiamo fatto un percorso doloroso che non era scontato, abbiamo guardato al nostro interno. Abbiamo provato e stiamo ripartendo.

Abbiamo vedute diverse, sulle strade da percorrere, ma questo deve farci piacere, vuol dire che siamo vivi. Però accanto alla volontà di confrontarsi dobbiamo avere oggi il desiderio di fare Unità, dobbiamo ridirci la volontà dello stare insieme, in questo con un atteggiamento eversivo rispetto al tempo dei desideri autocentrati, delle scissioni a ogni piè sospinto, delle separazioni.

Unità per la Costituzione per fare Unità.  Con coraggio, con forza, con pazienza e con passione e, consentitemi di dire, con gratuità.

Abbiamo una grande responsabilità per la magistratura italiana, perché Unicost, o quel che sarà, dovrà diventare sempre più fattore di equilibrio fra poli nel panorama associativo, perché il bipolarismo giudiziario piegherebbe la magistratura in un caso o nell’altro a inevitabili logiche di assimilazione o contrasto con la politica. 

Abbiamo una grande responsabilità perché dobbiamo garantire la rappresentanza a tanti colleghi che si riconoscono nei valori del pluralismo culturale e del non collateralismo, con la politica e con centri di potere, che vogliono essere magistrati costituzionali, che silenziosi lavorano con coscienza, costanza e professionalità, senza apparire, consapevoli che intervenire con le proprie decisioni nella vita delle persone, nelle storie che sono oltre i fascicoli, richiede con la competenza anche la cura.

In questi giorni non decidiamo di noi, delle nostre vicende interne e personali, decidiamo se dare e come dare una rappresentanza a questi colleghi e una migliore giustizia ai cittadini. Unicost non è un fine in sé, è uno strumento.

Abbiamo una grande responsabilità perché una magistratura associata plurale e non bipolare è in grado di servire meglio la democrazia.

Abbiamo bisogno di coraggio, di forza e di pazienza per dare inizio a un percorso costituente: noi siamo educati dalla nostra storia a stare insieme, siamo esperti in pluralismo e sappiamo qual è la fatica del confronto e della ricerca della sintesi. Ma sappiamo anche che spesso la sintesi è migliore dei punti di partenza; è l’ora di dare inizio a un percorso costituente, che sia profondo, vero, che parta dalle proposte di modifica che tutte le mozioni suggeriscono, in maniera a volte convergente; un percorso che incontri non solo i colleghi che costituiscono la nostra base, ma i tanti  che non abbiamo mai visto alle nostre assemblee, che sono presi dall’”età dell’ansia” , che ci si metta in ascolto delle loro idee, che si  confrontino le proposte delle mozioni per un nuovo  statuto e per una nuova stagione associativa.

Non dobbiamo avere paura, abbiamo la responsabilità di avviare un percorso che non sappiamo dove ci condurrà, saremo in mare aperto, saranno cantieri aperti, come si legge in una delle mozioni, confronti assembleari in sede locale, che dopo le elezioni, da aprile a novembre, ci dovranno condurre all’Assemblea costituente che definirà un nuovo statuto e un nuovo modo di essere associazione.  

La mia idea è che il Congresso debba concludersi  con una mozione che dia atto di questa volontà costituente, che si costituisca immediatamente una Commissione per la costituente, che funga da motore di questo percorso e che veda fra i suoi componenti le migliori energie intellettuali e politiche del gruppo, rappresentative delle diversità culturali e anche dei territori, si badi,  non per rinunciare all’identità nazionale, ma perché ogni area geografica del paese dovrà essere pienamente protagonista del percorso costituente; che si valorizzino le proposte di riforma delle mozioni, che non sono contrapposte ma che si integrano,    quanto emergerà da questo dibattito congressuale,  per formulare una piattaforma che dovrà essere narrata, discussa, valutata dai colleghi negli incontri ufficio per ufficio,  distretto per distretto.

Non sarà una operazione di restyling, perché tutto cambi senza che nulla cambi. Sarà una occasione unica per Unicost, e credo che lo sarà certamente per tutto l’associazionismo. Noi non abbiamo chiuso gli occhi e fatto finta di niente, siamo in vantaggio, iniziamo per primi a ritrovarci e rifondarci, senza paura, perché nel tempo della metamorfosi del mondo anche le forme associative devo aggiornarsi. Dalle Radici le Ali. 

Vi chiedo scusa per la lunghezza del mio intervento. Sono qui oggi perché dobbiamo avviare percorsi, più che solo occupare spazi. La vostra presenza ricca e qualificata qui, la presenza di tanti giovani, l’importanza di questo dibattito mi fanno davvero ben sperare, ci siete, ci siamo, insieme, per i valori della Costituzione.

Francesco Cananzi 

Condividi su facebook
Condividi su twitter