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Considerazioni dopo la vicenda della collega di Ragusa

La nota vicenda degli attacchi alla giovane collega di Ragusa per non aver disposto il fermo di un indagato per un'ipotesi di reato per cui lo stesso, peraltro, non era previsto, mi induce a svolgere alcuni brevi riflessioni.

Non deve interessarci sapere se la collega abbia avvertito o meno l'"impopolarità" della delicata decisione che stava assumendo: questa era giusta perché solo perché conforme alla legge. E' però lecito immaginare che, da giovane magistrato, abbia sentito bruciare sulla propria pelle molto più fortemente dei colleghi più anziani la rabbia per attacchi paradossalmente provenienti anche e soprattutto da esponenti di quella classe politica che ha confezionato le leggi che il magistrato ha l'obbligo di applicare.

Al di là del caso concreto, una cosa a mio avviso è certa: tra noi giovani magistrati rischia di diffondersi, e non per colpa nostra, la fuorviante convinzione che la decisione migliore è quella che ci pone al riparo da critiche o denunce di parti agguerrite, quand'anche infondate, o da attacchi della politica o della comunità sociale.

E' un tarlo che si insinua nelle nostre menti al quale, sia chiaro, noi non cediamo, e mai lo faremo, ma la cui esistenza - tuttavia - non possiamo negare.

Lo spettro del procedimento disciplinare è oramai una presenza costante ed oppressiva del nostro lavoro quotidiano, e non certamente per una pavidità che non ci appartiene, ma per la degenerazione - incontestabile - del sistema delineato dalle recenti riforme dell'ordinamento giudiziario.

L'obbligatorietà dell'azione disciplinare e la tipizzazione degli illeciti sono principi sacrosanti, la cui concreta applicazione non deve tuttavia comprimere la nostra libertà di coscienza ed il piacere, non uso a caso questo termine, di svolgere la professione che abbiamo desiderato con tutte le nostre forze, con sacrifici che sono ben impressi nelle nostre menti.

"Né protagonisti, né burocrati. Solo Magistrati" recitava il titolo del Congresso di Unità per la Costituzione di Orvieto nel giugno dello scorso anno, il primo al quale ho preso parte.

E' questo il modello di Magistrato cui credo ci si debba ispirare, da fare proprio sin dalla fase della formazione iniziale.

E' in gioco la nostra dignità professionale e la nostra indipendenza, perché nessun deteriore protagonismo e nessuna burocratizzazione possano svilire la nostra funzione e ingabbiare il nostro entusiasmo.

Alessandro Riello

Sostituto Procura di Crotone